venerdì 26 novembre 2010

LE MIE FOTO DI BAKU- AZERBAIJAN



giovedì 18 novembre 2010

Un padre e un figlio diventano insieme supereroi



E' davvero piena di senso la storia di questo padre che insieme al figlio malato diventa supereroe e sfida l'impossibile, la natura, la vita, il destino, riuscendo a donare davvero la vita al figlio una seconda volta e regalando al mondo un pezzo di cielo, un amore incontrastabile, indomabile, coraggioso, vero.
Forse l'uomo può diventare uomo solo attraverso il dolore.

PIERO WELBY E MINA: LA STORIA D'AMORE RACCONTATA DA SAVIANO


Roberto Saviano a "Vieni via con me" racconta la magica storia d'amore tra Piero Welby e Mina, nata a Campo dei Fiori. Qui, Mina- giovane altoatesina- si era persa in cerca di Piazza Venezia. Piero si offre di accompagnarla, pur zoppicando già a causa della distrofia muscolare. Una passeggiata indimenticabile durante la quale si dicono tutto e si innamorano.
I due convivono e quando la madre di lui chiede perchè allora lui non la sposi, Mina si domanda perchè non voglia. Lui risponde: "No. Non intendo sposarti perchè devi essere libera di andartene quando vuoi. quando diventerò rigido come un tronco. Libera quando sarà un inferno la vita ad assistere un malato di distrofia muscolare. Morirò soffocato. Come faccio a portarti in questa vita?".
Mina risponde: "chi ha paura del futuro non vive il presente" e si sposano.
La bellezza di questa storia aumenta esponenzialmente in maniera direttamente proporzionale alla loro capacità di resistere al dolore ed agli ostacoli, alla loro capacità di "reinventarsi la loro capacità di vivere" nelle difficoltà più tremende. Ogni impedimento li trasforma in un'anima sola che combatte come se il più funesto dei destini fosse solamente lo scenario della loro grandiosa forza d'amore e della loro grandezza nel comprendere a fondo il senso della vita. Saviano racconta la storia di due persone che hanno saputo veramente vivere in nome del senso pieno della Vita, affrontando la sofferenza, affrontando il dolore ed il destino di una vita felice, nonostante i segni di questa malattia terrificante. Una storia d'amore vera, contraria ad ogni possibile segno di egoismo. Mina abbandona la sua vita per darla a lui. Ed è Felice. "Mi hai dato la migliore delle vite che io potessi volere", dice al marito, inchiodato al letto e vincolato ad un respiratore.
Mina continua a far entrare la magia nel mondo di Piero e non lo abbandona mai. Lui ama la natura, lei gliela porta fin dentro la camera d'ospedale e inizia a fotografare i ragni, a vedere negli insetti e nelle mosche la bellezza della vita e la possibilità di cercare ancora uno spazio per vivere l'amore e il sogno con il suo lui.
"La morte mi fa orrore", scrive Piero Welby.
Piero sta cercando l'eutanasia inscritta nella "possibilità di scelta nel diritto" - così la chiama Saviano. In Italia è infatti possibile corrompere qualcuno per poter ricorrere all'eutanasia. Piero Welby vorrebbe poter chiedere di lasciare che la morte arrivi, senza impedimenti. E' sicuramente vergognoso che la chiesa cattolica non abbia concesso i funerali a Piero Welby ed è vergognosa al confronto la lista di funerali compiuti all'interno della porta di una chiesa di persone ignobili alle quali è stato concesso il perdono.
Per quanto riguarda la libertà di scelta che invece è una richiesta fatta al Diritto Costituzionale Nazionale, c'è da chiedersi se tutti gli esseri umani siano in grado di capire quando e se usare questo mezzo per concludere i propri giorni. C'è da chiedersi quante persone siano in grado di capire quanto sia magnifica la forza dell'amore e della vita pur nella sofferenza. C'è da chiedersi quante persone sappiano che la sofferenza è una via per elevare lo spirito ad amare davvero, oltre ogni limite, a conoscere la meraviglia del cuore che diventa grande, divino ed eroico, nel dolore.
Quante persone riuscirebbero ad arrivare ad amarsi come Piergiorgio Welby e Mina, se la possibilità di ricorrere all'eutanasia venisse legalizzata? Quante persone vi ricorrerebbero in maniera non preparata, in preda alla disperazione?
Quanti riuscirebbero a crescere e a capire cosa sia veramente la vita, cosa sia veramente il destino? Quanti saprebbero vivere amando la propria croce - amandola insieme agli altri, sfidando l'impossibile - se la possibilità di scelta fosse semplice?
Roberto Saviano parla di possibilità di scelta.
Ma per scegliere bisogna conoscere quali siano le possibilità.
Questo significa scegliere.
Quanti di noi sanno cosa significhi poter scegliere una vita nel dolore e nella sofferenza, trovando in essa la bellezza della vita? Come si fa a dare allora la possibilità opposta e sancirla giuridicamente? Una possibilità di scelta, per essere tale, deve essere completa.
Il problema è che in Italia il tessuto sociale non è di certo preparato alla vita.
Ci si aspetta una vita facile, che debba per forza andare bene. E se non va bene, cosa si fa? Si scappa. E se un giorno non si può scappare più? Si trova un modo per scappare. Non credo fosse questo il caso di Piergiorgio Welby. Ma la maggioranza?
Il problema qui è che non c'è una sola istituzione che funzioni veramente, nè ecclesiale nè giuridica. Etica o legislativa. Il problema qui è più di uno. Il problema è prima di tutto che gli esseri umani non sanno vivere e non sono disposti a cercare il senso vero della vita e perseguirlo anche nelle difficoltà, anche nel destino più nero.
E' questo il vero problema.
Poi, per il resto, ci sono solo storie. Una diversa dall'altra. Ci sono storie diverse, misurabili in base ad un solo criterio: la capacità di aver capito cosa sia l'amore e cosa sia la vita. E' solo questo il metro con il quale si possa dire se una fine abbia avuto senso o meno.

martedì 16 novembre 2010

domenica 14 novembre 2010

SE NON VEDO NON CREDO: SMISTAMENTO DI MEDICINE

Il vostro tempo qui si dilata. Siamo nella Comunità Missionaria di Villaregia a Roma, nella giornata destinata allo smistamento (solitamente il terzo sabato del mese alle ore 15.00). Visitiamo così l’enorme serra che è stata adibita a centro di raccolta del materiale che giunge da tutto il Lazio e da molti altri luoghi e che è destinato alle Missioni di La Trinidad (Perù), Yopougon (Costa d’Avorio), Maputo (Mozambico). Problemi con la dogana, purtroppo, impediscono di raggiungere Belo Horizonte e San Paolo in Brasile.
Il centro di smistamento della Comunità Missionaria di Villaregia è il luogo che tutti coloro che non fanno beneficienza vorrebbero poter vedere: il cibo, i vestiti, il sapone, i detersivi, la cancelleria, le medicine, i tappi di bottiglia che vengono raccolti e portati alle industrie in cambio di danaro, richiedono uno smistamento mensile continuo. Tutti i se-non-vedo-non-credo amerebbero questo capannone pieno di enormi casse stracolme di materiale che viene catalogato per lettera, immagazzinato e messo in attesa di finire dentro un container che li porterà dritti nelle mani dei bisognosi. O sul mercatino per ricavare maggiori proventi, se necessario.
Chiudere le scatole con le proprie mani è una gran soddisfazione. I colori a legno, a spirito, a cera, a tempera, i temperamatite, le gomme, le calcolatrici, finiscono dentro gli scatoloni ben imballati ed etichettati. Nel pomeriggio, alcuni smistano e piegano le tute e l’abbigliamento sportivo regalato da un centro sportivo, altri si dedicano agli spazzolini, ai dentifrici, ai bagnoschiuma, mentre io sono assegnata allo smistamento delle medicine.
Divise per anno di scadenza, la cassa dei medicinali ormai scaduti appare la più colma. La precedenza viene data ai beni di prima necessità, i giocattoli non vengono accettati dalla Comunità. Occupano troppo spazio.
La Comunità Missionaria di Villaregia dà la possibilità, inoltre, a chi lo volesse e fosse pronto, di fare un’esperienza nelle Missioni all’estero.
Per chi invece volesse, anche solo sporadicamente, dedicare il suo tempo al volontariato, il centro di smistamento è sicuramente un luogo concreto atto ad attivarsi operativamente in favore del prossimo.
Se appartenete ad una cultura laica potreste avere difficoltà ad accettare la vita di comunità proposta. Avete comunque la possibilità di scegliere se partecipare o meno alle celebrazioni quotidiane. Qui si mangia e si lavano i piatti insieme e ci si può trovare a fare di tutto: lavare per terra e spazzare, se necessario. Questo al fine di favorire la comunità presente sul territorio. La sobrietà è un must- pecche perdonabili quelle tipicamente umane del criticare il non rispetto della Regola nell’altro.

venerdì 12 novembre 2010

OH E’ BELLO, E’ ORIGINALE…


Ha sostituito l’arrotino- l’ambulante che sveglia alcuni quartieri di Roma con la musichetta “Pinocchio ma dove vai?” e lo slogan “Oh è bbbbello, è originale, è mmmorbido da accarezzare! Premete la pancia e suona!”. Il Pinocchietto di peluche che canta se gli viene schiacciata la pancia e costa solo 5 euro, entrerà nei ricordi non solo dei bambini ma anche degli adulti. E più che la musica del pupazzo, già famosa perché tratta dal cartone animato di “Pinocchio”, sarà la voce simpaticissima del venditore ambulante a rimanere nei ricordi. Esattamente come il vecchio “Dddonne, è arrivato l’arrotino!”, che rappresenta un risveglio forse meno tenero ma sicuramente indimenticabile.
Il venditore di Pinocchio fa davvero venire la voglia di scendere in strada in vestaglia e pantofole, come forse qualche donna avrebbe fatto nella vecchia Roma, ad acquistare il pupazzetto dal furgoncino. Probabilmente, il ricordo più bello per i bambini sarà quello della loro nonna o della loro mamma che scende in strada per comprare Pinocchio come sorpresa per la prima colazione per gli occhioni lucidi ed assonnati di un piccolo principe.

mercoledì 10 novembre 2010

ANCORA UN CONFRONTO CON IL PROF. LOSURDO IN SEGUITO ALLA POLEMICA SUL SUO ARTICOLO SU LIU XIAOBO

Gentilissimo Professore,

la Sua risposta ha spostato il centro del discorso su altri argomenti sui quali Lei ha dato per scontato, in base a Sue ipotetiche supposizioni sulla mia persona, che io non sia portata a condannare in ugual modo anche le altre situazioni internazionali (n.d.r. mi riferisco qui alle critiche alla politica statunitense di Bush jr ed alle relative conseguenze). Non tutti i lettori sono come lo studente che Le ha scritto sul blog che si dichiara “studente comunista” e La saluta con il pugno, chiamandoLa compagno. C’è ancora chi muove il cervello. Cercando poi di muoverlo nel massimo spazio di libertà critica possibile. Perché non ha risposto nulla ad un giovane che presenta un tale atteggiamento, spiegandogli cosa sia il dogmatismo? Perché da professore non tiene alla formazione di un metodo critico sano e che tenti di combattere il "fariseismo" in tutti i suoi lettori, compresi quelli che si schierano da una parte e ancora, anacronisticamente, si attaccano al pugno chiuso e a etichette politiche scadute e mortificanti?
E’ questo un atteggiamento anti-dogmatico? O forse quello che ha usato nel suo articolo su Liu Xiaobo lo è?
Ritornando al concetto di prima, dunque, Lei si aspetta da me – che ormai Lei ha catalogato come accanita nel dogmatismo quanto Lei, che io difenda la politica statunitense.
(Tra l’altro, Le sottolineo che Lei ha interpretato male il termine “mostro” usato nel mio commento precedente- non facendo altro che ripetere l’errore che ha fatto con Liu Xiaobo: deformare l’intenzione dell’interlocutore, mettendogli in bocca cose che non ha affermato.
Riporto qui il mio virgolettato:
“Non si può considerare tale personaggio come “negazionista” perché non vi è nessun appiglio concreto per la costruzione di una tale accusa. Conviene forse presentarlo così al governo di Pechino per giustificarsi e semplicisticamente per ridestare nell’immaginario cinese il terrore storico per un mostro grande quanto quello che attualmente domina la Cina. Facile gioco dello spostare l’accento per impedire la domanda giusta alla gente e per ridestare il nemico proiettandolo all’esterno.”

Per un mostro GRANDE QUANTO – dicevo- usavo dunque un comparativo. Dove sussista un comparativo di uguaglianza basato solo sul negativo, non vi è manicheismo, che al contrario si basa sulla contrapposizione di due polarità opposte e prevede quindi un buono ed un cattivo- il bene ed il male.

La prego di non attribuirmi cotanta povertà mentale, signor professore, perché mi creda non è affatto così.

Lei mi scrive:

“Il dogmatismo è sul piano scientifico quello che il fariseismo è sul piano morale. Si può essere dogmatici (e farisaici) anche a 24 anni: non sempre ci si rende conto che la realtà storico politica è così complessa da poter suscitare risposte radicalmente contrastanti, nonostante che a ispirarle sia il comune amore dell’«ideale» e della verità".

Lei si basa su una contrapposizione aprioristica che non tiene in considerazione le affermazioni reali degli altri. Non conoscendomi e non potendo io avere la possibilità di farmi conoscere da Lei con la concretezza delle mie azioni, come del resto è accaduto con il suo articolo su Liu Xiaobo, Lei dovrebbe essere tenuto a mantenersi sulla linea della confutazione di quanto da me detto e non su illazioni derivanti da sue ipotesi e dalla sua aprioristica teoria di opposizione. La seguente mia affermazione presente nel testo al quale ha risposto doveva esserLe sufficiente per capire che la Sua accusa era già scaduta:

“Che un’ideologia si possa nascondere dietro la sovrastruttura mentale di ciascuno, anche di quella di una studentessa di ventiquattro anni che si è sempre voluta tenere lontana dalle logiche politiche e di parte, è probabile. Ma esiste una differenza tra un’ideologia che si accanisce su se stessa, ricercando in se stessa le proprie conferme a discapito della verità ed un ideale. Io mi ritengo un’idealista e non un’ideologa. Anche perché un’ideologia necessita sempre di basi conoscitive ampie, specializzate, specifiche ed approfondite che io non possiedo.”

Vede, la metodologia ed il metodo formale rivelano tantissime cose alla comprensione critica del testo. Io Le ho rimproverato proprio questo a riguardo dell’articolo che ha scritto su Liu Xiaobo: il metodo formale sbagliato che è spia del problema della struttura critica del contenuto.

Mi sarebbe piaciuto soffermarmi e dilungarmi poi sulla Sua affermazione:

“Anche in Occidente si può essere condannati per reati di opinione, come dimostra la sorte inflitta ai «negazionisti» (che però non suscitano la sua compassione, nonostante che lei dichiari di essere «sempre e comunque» dalla parte delle «vittime»). Tuttavia, non ho difficoltà a riconoscere che nel complesso in Cina la libertà d’espressione è meno garantita che nel territorio metropolitano degli Usa.” (Losurdo)

Interpreto – e temo di sbagliarmi- il paragone tra il negazionismo e la libertà di espressione solamente come una Sua provocazione e non come una Sua convinzione. In caso contrario, mi farebbe piacere analizzare con Lei gli aspetti dell’argomento.
Cordialmente,
Angela Zurzolo

martedì 9 novembre 2010

IL PROF. LOSURDO RISPONDE ANCORA

In risposta al mio commento sul blog del professore Domenico Losurdo, il Preside di Facoltà di Scienze della Formazione di Urbino risponde spostando l'accento su altre questioni. Riporto qui su Quando Non Si Vuole Aprire La Porta il suo intervento:

CONTINUA IL CONFRONTO CON ANGELA ZURZOLO

Angela Zurzolo ha detto... 31 ottobre 2010 16:07

Gentile Professore,

non mi è sembrato necessario approfondire la parentesi storica nel mio post perché quel che ho ritenuto illecito è stato il procedimento formale che ha usato per la costruzione del Suo articolo, prima ancora che il dato contenutistico. Il pezzo mi è sembrato volutamente pretestuoso ed infondato nella correlazione con le affermazioni che sono state attribuite a Liu Xiaobo dalla lettura censoria deformata e di parte dell’invettiva del Morning Post.
Che l’occidente abbia le sue colpe per le iniquità perpetrate nel periodo storico da Lei menzionato è fuor di dubbio ma questo discorso non è correlabile con la persona di Liu Xiaobo e potrebbe facilmente fuorviare il lettore ignaro delle premesse alla Sua critica. Non si può considerare tale personaggio come “negazionista” perché non vi è nessun appiglio concreto per la costruzione di una tale accusa. Conviene forse presentarlo così al governo di Pechino per giustificarsi e semplicisticamente per ridestare nell’immaginario cinese il terrore storico per un mostro grande quanto quello che attualmente domina la Cina. Facile gioco dello spostare l’accento per impedire la domanda giusta alla gente e per ridestare il nemico proiettandolo all’esterno.
Il solo dato di fatto è che Liu Xiaobo in questo momento è il simbolo delle rivendicazioni di molteplici dissidenti che desiderano costruire in Cina un cambiamento partendo dall’interno, con il sacrificio personale. Che il cambiamento che loro rivendicano sia poi difficilmente ottenibile nel breve periodo e che perché la democrazia arrivi in Cina ci vogliano notevoli stravolgimenti, credo sia altrettanto ovvio. La pressione delle altre nazioni mi sembra sicuramente d’obbligo per aiutare e sostenere queste persone nella difesa dei diritti umani in Cina. La massa silenziosa che sta soffrendo in questo momento in Cina infatti non è meno importante di quella vittima della storia precedente. Non bisogna creare alibi. Adesso la storia ha bisogno di gente che affermi con convinzione che non può più sussistere questo presente, che abbia il coraggio di dire che l’ennesimo mostro del potere sta divorando altre vittime e che non esiste a ciò alcuna giustificazione. Se Liu Xiaobo sia il più meritorio tra i dissidenti o meno, non è più nemmeno importante. Ciò che è importante è che una verità forte quanto giusta che riguarda tutta la Cina si nasconda ora dietro il suo nome.
Che un’ideologia si possa nascondere dietro la sovrastruttura mentale di ciascuno, anche di quella di una studentessa di ventiquattro anni che si è sempre voluta tenere lontana dalle logiche politiche e di parte, è probabile. Ma esiste una differenza tra un’ideologia che si accanisce su se stessa, ricercando in se stessa le proprie conferme a discapito della verità ed un ideale. Io mi ritengo un’idealista e non un’ideologa. Anche perché un’ideologia necessita sempre di basi conoscitive ampie, specializzate, specifiche ed approfondite che io non possiedo. Una persona idealista è semplicemente una persona che riconosce le vittime e sta dalla loro parte. Sempre e comunque. Che poi in questo procedimento sistematico si vada costruendo anche un’ideologia è anche fisiologico e connaturato nella mente umana. L’aspirazione però deve rimanere sempre quella ad una verità che superi anche la disonestà del proprio meccanismo cognitivo.
Il punto rimane che è necessario usare onestà intellettuale anche all’interno della propria ideologia e continuare a tentare le strade per uscirne fuori e disancorarsene. Per questo io continuo a leggere con grande interesse anche le idee altrui. Perché però sia proficuo questo contestare e contemporaneamente contestarsi, è necessario che ciò che si scrive segua una direzione onesta e fondata che sia sempre ben aderente alla realtà dei fatti e che parta sempre da essi.
Cordialmente, Az

Gentile Angela Zurzolo,
ciò che le ho rimproverato nella mia precedente risposta non è la disonestà intellettuale ma il dogmatsmo, e la sua replica non fa che confermare la mia critica. Lei celebra la sua «onestà intellettuale», accusando indirettamente l’interlocutore di disonestà; lei si dichiara ispirata solo dall’amore dell’«ideale» e della verità e si contrappone all’interlocutore, secondo lei mosso da «un’ideologia che si accanisce su se stessa, ricercando in se stessa le proprie conferme a discapito della verità». Ecco, il dogmatismo è proprio questo: è l’atteggiamento di chi attribuisce a se stesso eccellenti intenzioni, negandole invece all’interlocutore o all’avversario. Il dogmatismo è sul piano scientifico quello che il fariseismo è sul piano morale. Si può essere dogmatici (e farisaici) anche a 24 anni: non sempre ci si rende conto che la realtà storico politica è così complessa da poter suscitare risposte radicalmente contrastanti, nonostante che a ispirarle sia il comune amore dell’«ideale» e della verità". E’ più facile allor cadere nel manicheismo. Lei non ha dubbi su chi sia il «mostro» (che ovviamente risiede a Pechino) e su chi siano le «vittime» e i difensori delle vittime. Ma facciamo un confronto tra Hu Jintato e Bush jr. (che hanno esercitato il potere per un periodo di tempo pressocché eguale). Il primo ha contribuito a portare avanti una politica che, per riconoscimento unanime, ha strappato centinaia di milioni di cinesi dalla fame e dalla morte per inedia, garantendo loro un diritto alla vita di cui essi non godevano più a partire dalla metà dell’Ottocento, a partire cioè dalle guerre dell’oppio scatenate dall’Occidente. Per quanto riguarda il secondo, mi concentro su uno o due punti, lasciando pure da parte l’orrore di Guantanamo e altri particolari non propriamente edificanti: agitando due menzogne clamorose (il possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam e la sua partecipazione agli attentati dell’11 settembre), nel 2003 Bush jr. ha scatenato la guerra contro l’Irak, e l’ha scatenata senza ottenere l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e quindi calpestando le regole della democrazia nei rapporti internazionali. I risultati sono stati e sono devastanti: decine di migliaia di morti; milioni di profughi; immiserimento generale a causa dei bombardamenti e della distruzione delle infrastrutture; un numero imprecisato di «vittime» torturate a Abu Ghraib e successivamente in prigioni gestite dagli irakeni ma controllate dagli Usa. E per quanto tempo ancora a Falluja i bambini continueranno a nascere col corpo deformato in conseguenza del ricorso statunitense ad armi vietate dalle convenzion internazionali? E non è tutto. La distruzione di ricchezza sociale provocata dalla politica di guerra di Bush jr. si fa sentire oggi anche sulla popolazione americana, che vede drasticamente peggiorare le sue considizioni materiali di vita, proprio mentre esse migliorano sensibilmente nel paese governato da «mostri».

Ma concentriamo pure l’attenzione esclusivamente sulla libertà di espressione. Anche in Occidente si può essere condannati per reati di opinione, come dimostra la sorte inflitta ai «negazionisti» (che però non suscitano la sua compassione, nonostante che lei dichiari di essere «sempre e comunque» dalla parte delle «vittime»). Tuttavia, non ho difficoltà a riconoscere che nel complesso in Cina la libertà d’espressione è meno garantita che nel territorio metropolitano degli Usa. (Dico «territorio metropolitano» a ragion veduta: nel 1999 Clinton non ha avuto esitazioni a bombardare la sede della televisione jugoslava e dunque ad assassinare i giornalisti che vi lavoravano).

Sennonché, proprio i classici del liberalismo ci hanno insegnato una verità essenziale: la sicurezza è la condizione essenziale perché possano fiorire la libertà di espressione e di associazione e il governo della legge. Negli anni ’50 Washington ha più volte minacciato il ricorso alla guerra nucleare contro la Repubblica Popolare di Cina; ancora oggi cerca di intimidirla con provocatorie manovre delle sue portaerei e delle sue navi da guerra e con una politica di accerchiamento militare.

Tutto ciò può produrre solo il contrario di quello che i dirigenti statunitensi dicono di voler perseguire. Piuttosto che mettere in dubbio l’onestà intellettuale di chi non la pensa come lei, la mia interlocutrice farebbe bene a chiedersi se col suo comportamento concreto non finisca col contribuire anche lei a rendere più difficile la realizzazione degli ideali che le stanno tanto a cuore.

Domenico Losurdo

Resto qui/ Vado via

1. Resto perché ogni persona nasce con una storia e prova a restargli fedele, cercando fino in fondo di salvarla.


2. Vado via perché nessuno è in grado di capire quello che sto cercando di fare. di delusioni ne ho avute troppe e di solitudini abbastanza.

3. Resto perché altrimenti chi potrà raccontare la mia storia al posto mio? Di censure e di silenzi e di gente che rimane sola e abbandonata dalle pagliacciate ce n’è abbastanza.

4. Vado via perché forse altrove riuscirò a fare qualcosa per salvarmi

5. Resto perché alle volte è più importante salvare una storia che noi stessi.

6. Resto qui perché alle volte provare a salvare una storia significa cercare di salvare la cosa più importante: le nostre speranze.

7 Resto perché anche se sono rimasta da sola, salvarmi non è ancora la cosa più importante. Lo è credere di poter trovare nel deserto qualcuno che cerchi con me di dare un nome e una vita alla verità.

N.B. Invia anche tu i tuoi Resto qui/Vado via al sito Vieni via con me della trasmissione di Fabio Fazio, Roberto Saviano e Roberto Benigni

SAVIANO E IL TRICOLORE: "VIENI VIA CON ME"


Roberto Saviano chiude in prima serata la trasmissione “Vieni via con me”, tenendo in pugno la prima bandiera nazionale - quella sulla quale “non era ancora stato stampato lo stemma sabaudo”.
Ripetendo il giuramento della Giovine Italia, lo scrittore di “Gomorra” ricorda all’Italia che gli stati del Nord, da soli, non sarebbero rimasti che delle “periferie” degli altri Paesi, privi di alcuna identità e di alcuna autonomia. Quegli stati sarebbero rimasti sottomessi al potere e al dispotismo straniero – evidenzia Saviano, smentendo così la convinzione di parte del governo secondo la quale dividere l’Italia rappresenta la sola via per renderla più forte.
L’unità d’Italia è partita dal basso- ricorda- non dall’alto come è accaduto per alcune nazioni. Insieme, il popolo -da Sud a Nord della Penisola- ha combattuto per “dimostrare di essere più forte della classe politica” e di saper portare in salvo il Paese.
Saviano riesce a portare l’accento sulle questioni giuste, analizzando la “macchina del fango” e dividendo i modi di fare informazione in “inchiesta- legittima e fondata - e in “fango” e diffamazione. Nel momento in cui la macchina della democrazia si è trasformata in un tentativo di convincere la massa che tutti siano uguali, innescando così il meccanismo della disillusione, Saviano ricorda all’Italia che qualcuno di diverso c’è e c’è stato: Falcone e Borsellino e la gente “che tifava per loro” prima, adesso lui. Il meccanismo del cercare di dire agli italiani che gli altri non siano migliori, che non troveranno altrove niente di migliore perché tutti sono fatti della stessa pasta ed anche peggiori è il più vile tentativo di soffocare la forza e la speranza del Paese e di paralizzare ogni possibile sforzo a favore del cambiamento .
Allora? Via via, vieni via con me!
E se Roberto Benigni invita Sandokhan (il mafioso Schiavone) a vendicarsi di Saviano non con la pistola ma con un libro – “perché se l’uomo con la pistola incontra l’uomo con la biro, l’uomo con la pistola è un uomo morto”, Fabio Fazio ricorda tra i motivi per restare in Italia quello di aver potuto ascoltare Saviano parlare in televisione.

giovedì 4 novembre 2010

L'ERRORE DEI MEDIA NELLA POLITICA ITALIANA

Mentre Silvio Berlusconi monopolizza l’attenzione sulle sue idiozie da buffone, gli italiani subiscono quotidianamente le scelte del governo in merito ad istanze molto serie e gravi che vanno a toccare il cuore di questioni drammatiche ed essenziali, senza che l’opposizione né i new media riescano a rendicontare l’insensatezza dell’esercizio di potere di questo governo che lascerà gravi danni all’intero Paese.
Gli italiani rimangono perciò da soli proprio nell’interpretazione e nell’orientamento della realtà che li coinvolge direttamente e quotidianamente. Il potere informativo sta perdendo proprio là dove si riduce a semplificare e banalizzare, concentrandosi solo sulla condotta poco ortodossa del Premier a discapito di una strategia più efficace che dovrebbe mostrare agli italiani quanto la sua totale mancanza di serietà, onestà, moralità, incida sulla guida del Paese. E’ vero, paradossalmente, Berlusconi non ha ancora rivelato abbastanza sufficientemente la sua reale natura a quella parte degli italiani che ancora ha il coraggio di sostenerlo. Ma se ancora c’è chi non si è pentito di sostenerlo dopo tutto quanto ciò che è stato detto- questi cambierà idea soltanto osservando l’ennesima dimostrazione di meschinità del premier?

E’ necessario cambiare strategia e parlare anche della politica – prima ancora che dei politici- analizzando i problemi sollevati da decisioni assurde quali quelle del Decreto Polverini nel Lazio che per il rinnovamento sanitario -in ambito psichiatrico- aumentando vertiginosamente i posti del privato a discapito del pubblico e dei Dipartimenti Sanitari Mentali (DSM) – praticamente riapre i “manicomi”, rafforzando quei luoghi in cui la malattia si cronicizza e diventa poi – dati alla mano- impossibile da curare. Quanto si è parlato di questa questione? Basta che facciate una ricerca on-line per capirlo.
Tragedie come quelle di Sarah Scazzi vengono poi date in pasto allo shock degli italiani, senza che ci si possa rendere davvero conto di come la politica incida sulle reali condizioni della salute sociale degli italiani. C’è un’Italia fatta di miserie, di ferinità, di ignoranza, di malattia, di povertà? Perché non la fate vedere? C’è un’Italia vittima. Una colpevole. Una che è tutte e due le cose insieme. C’è un’Italia che rimane in silenzio di fronte a tutto quanto esiste nel suo ventre. Ed ha nome informazione. L’informazione non può asservirsi ad una moda o alle logiche di share, non può vivere truculenta e ottusa solo di alcune notizie più “in”, senza poi nemmeno andare alla radice di problematiche più ampie. C’è bisogno di un senso critico che abbracci i fenomeni con una panoramica a trecentosessanta gradi.
E’ necessario mostrare le reali condizioni del Paese, cosa sia veramente la disoccupazione e quali conseguenze stia avendo sulle persone, sulle famiglie, per spiegare a tutti come la deflagrazione stia procedendo dall’alto verso il basso e stia interessando tutti, nessuno escluso. Droga, disoccupazione, illegalità, criminalità organizzata, sanità: un intrico di realtà sulle quali questo governo non sta facendo altro che scavare con il coltello nella ferita. Coprendo il tutto con il sorriso indelebile di un idiota che non conosce vergogna.

mercoledì 3 novembre 2010

VANUNU: L’UOMO CHE DENUNCIO’ LE BOMBE ATOMICHE DI ISRAELE

Mordechai Vanunu è un tecnico nucleare israeliano che lavorava da dieci anni alla produzione di plutonio, litio 6 e trizio, presso la centrale di Dimona, quando nel 1986 denunciò sul britannico Sunday Times l’esistenza di un piano segreto di armamento nucleare da parte di Israele, documentato con fotografie ed informazioni dettagliate.
Nemmeno la CIA conosceva la quantità di bombe rivelata dalla spia israeliana: si pensava a 10-15 bombe atomiche - si rivelarono invece essere 200. Israele aveva poi anche la bomba all’idrogeno e quella a neutroni. Era tutto documentato, c’erano le foto – due rullini- scattate nella stanza dell’impianto. La produzione di 40 kg di plutonio all’anno era sufficiente per ottenere 10 bombe atomiche. I test nucleari si erano tenuti in Africa del Sud. Naturalmente, ha affermato recentemente Vanunu: “una bomba aromica usata contro la Siria, l’Egitto o la Giordania avrebbe effetti radioattivi e renderebbe la vita impossibile anche in Israele”
Vanunu parlò. Lo fece per motivi di coscienza e per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale, proprio nel momento in cui Israele affermava che non sarebbe stato il primo Paese ad introdurre il nucleare nel Medioriente. “Hanno portato il primo ministro Shimon Peres nel mese di Settembre del 1985. Nel 1984 ho visto...il Ministro della Difesa. Tutti i nuovi primi ministri e i nuovi ministri della difesa sono venuti, il capo del Mossad, il capo di Shabak sono venuti in visita a vedere il potere nucleare di Israele”, ha affermato l’uomo.
Vanunu venne rapito a Roma dagli agenti segreti del Mossad. Una vera e propria storia di spionaggio quella che precedette la sua cattura: in Australia- dove Vanunu incontrò il giornalista del Sunday Times- c’erano già le spie che lo seguirono a Londra e cercarono di impedire la pubblicazione dell’articolo. Poi, il rapimento: preferirono che non avvenisse nella capitale britannica e così lo attirarono a Roma. Con una donna. Cindy- americana. Sul volo della British Airways 405 rimane sepolta la sua vera identità. Vanunu viene sorpreso nell’appartamento della donna, drogato, trascinato con la complicità di un autista italiano fino ad un canale e portato via da agenti segreti inglesi, francesi e israeliani. Peter Hounam è il giornalista del Sunday Times che ha tenuto l’intervista incriminata da Israele sul nucleare nell’86. E’ diventato nel tempo l’alter- ego di Vanunu. Anche lui ha pagato la sua audacia: trovandosi ad Israele per un reportage televisivo, è stato arrestato misteriosamente per poi essere espulso dal Paese.
Vanunu venne imprigionato per 18 anni – di cui 11 da trascorrere in isolamento in seguito all’accusa di alto tradimento e spionaggio.
Uscito di prigione nel 2004, Vanunu è stato nuovamente arrestato nel 2007 per aver cercato di raggiungere la Cisgiordania ed aver così violato una delle restrizioni alle quali è sottoposta la sua libertà: l’impossibilità di lasciare lo stato ma anche di parlare con gli stranieri. La colpa è quindi aver cercato di trascorrere il Natale a Betlemme e aver parlato con dei giornalisti stranieri.
Israele sostiene che il rinnovo degli ordini di restrizione attuato nel 2005 sia stato dovuto al fatto che si teme che Vanunu continui a rivelare i segreti dello Stato. In realtà, il tecnico nucleare sostiene di aver vuotato il sacco interamente nell’intervista del 1986.
Recentemente, però, ha rivelato le violazioni dei diritti umani subiti in carcere – a partire dal sequestro- e uscito di prigione si è dichiarato già pronto a parlare. Esercitare il suo diritto di parola e la sua libertà, è per Vanunu di vitale importanza- innegabilmente però le sue dichiarazioni possono essere strumentalizzate per accendere gli antagonismi tra i palestinesi-tra i quali attualmente vive da amico- e gli israeliani.
Secondo alcune dichiarazioni attribuitegli dalla stampa, Vanunu attribuirebbe l’omicidio di John F. Kennedy ad Israele: il Presidente aveva infatti chiesto che si facesse luce sulla centrale di Dimona.
Convertitosi al cristianesimo, Vanunu, che ha rischiato anche la condanna a morte per le sue dichiarazioni, ad Israele è considerato come un nemico ed ha rischiato il linciaggio tra la gente. Del resto, le sue affermazioni su Israele a favore dei palestinesi infiammano gli animi nei confronti di un uomo che è stato ingiustamente accusato di tradimento.

martedì 2 novembre 2010

Scale

Se fosse questione di avere diverse scale di valori...
Qui tutti saltano il gradino!

lunedì 1 novembre 2010

THE INCEPTION

“Qual è il parassita più tenace? …. Un’idea”

Un film assolutamente da vedere, “The inception” – l’innesto- è la storia di Cobb (un sempre più bravo Leonardo Di Caprio), che attraverso il sogno condiviso riesce ad entrare nel subconscio degli altri ed a sottrarne le informazioni. Accusato ingiustamente dell’omicidio della moglie, il protagonista non può tornare più nel suo Paese e a casa dai suoi due figlioletti- fin quando il proprietario di una multinazionale non gli propone un innesto in cambio della possibilità di annullare l’estradizione. Innestare un’idea nuova nella mente di un altro individuo- erede di una multinazionale potentissima: smembrare l’impero del padre. Per fare ciò, sarà necessario scendere a tre livelli di profondità nell’inconscio, costruendo tre sogni condivisi – uno dentro l’altro- dai quali svegliarsi con un calcio (la sensazione di cadere nel vuoto che ci fa svegliare d’improvviso) o con la morte.
A costruire lo scenario labirintico dei sogni c’è un architetto giovanissimo: una ragazzina che seguirà Cobb nella sua realtà nascosta. Si svela così attraverso gli occhi della ragazzina la storia del personaggio principale e di sua moglie, in una dolcissima quanto originale e ben studiata vicenda che si gioca nella battaglia tra la realtà psicologica e quella terrena- insinuando il dubbio su quanto di veramente esistente vi sia in ognuna di essa.
Rimane l’amaro in bocca perché il cerchio non quadra: il personaggio dell’architetto è solamente strumentale alla testimonianza e non rientra nella trama.
Correte al cinema!

Re: Polemica su Liu Xiaobo nata da un articolo del Prof Losurdo

Gentile Professore,
non mi è sembrato necessario approfondire la parentesi storica nel mio post perché quel che ho ritenuto illecito è stato il procedimento formale che ha usato per la costruzione del Suo articolo, prima ancora che il dato contenutistico. Il pezzo mi è sembrato volutamente pretestuoso ed infondato nella correlazione con le affermazioni che sono state attribuite a Liu Xiaobo dalla lettura censoria deformata e di parte dell’invettiva del Morning Post.
Che l’occidente abbia le sue colpe per le iniquità perpetrate nel periodo storico da Lei menzionato è fuor di dubbio ma questo discorso non è correlabile con la persona di Liu Xiaobo e potrebbe facilmente fuorviare il lettore ignaro delle premesse alla Sua critica. Non si può considerare tale personaggio come “negazionista” perché non vi è nessun appiglio concreto per la costruzione di una tale accusa. Conviene forse presentarlo così al governo di Pechino per giustificarsi e semplicisticamente per ridestare nell’immaginario cinese il terrore storico per un mostro grande quanto quello che attualmente domina la Cina. Facile gioco dello spostare l’accento per impedire la domanda giusta alla gente e per ridestare il nemico proiettandolo all’esterno.
Il solo dato di fatto è che Liu Xiaobo in questo momento è il simbolo delle rivendicazioni di molteplici dissidenti che desiderano costruire in Cina un cambiamento partendo dall’interno, con il sacrificio personale. Che il cambiamento che loro rivendicano sia poi difficilmente ottenibile nel breve periodo e che perché la democrazia arrivi in Cina ci vogliano notevoli stravolgimenti, credo sia altrettanto ovvio. La pressione delle altre nazioni mi sembra sicuramente d’obbligo per aiutare e sostenere queste persone nella difesa dei diritti umani in Cina. La massa silenziosa che sta soffrendo in questo momento in Cina infatti non è meno importante di quella vittima della storia precedente. Non bisogna creare alibi. Adesso la storia ha bisogno di gente che affermi con convinzione che non può più sussistere questo presente, che abbia il coraggio di dire che l’ennesimo mostro del potere sta divorando altre vittime e che non esiste a ciò alcuna giustificazione. Se Liu Xiaobo sia il più meritorio tra i dissidenti o meno, non è più nemmeno importante. Ciò che è importante è che una verità forte quanto giusta che riguarda tutta la Cina si nasconda ora dietro il suo nome.
Che un’ideologia si possa nascondere dietro la sovrastruttura mentale di ciascuno, anche di quella di una studentessa di ventiquattro anni che si è sempre voluta tenere lontana dalle logiche politiche e di parte, è probabile. Ma esiste una differenza tra un’ideologia che si accanisce su se stessa, ricercando in se stessa le proprie conferme a discapito della verità ed un ideale. Io mi ritengo un’idealista e non un’ideologa. Anche perché un’ideologia necessita sempre di basi conoscitive ampie, specializzate, specifiche ed approfondite che io non possiedo. Una persona idealista è semplicemente una persona che riconosce le vittime e sta dalla loro parte. Sempre e comunque. Che poi in questo procedimento sistematico si vada costruendo anche un’ideologia è anche fisiologico e connaturato nella mente umana. L’aspirazione però deve rimanere sempre quella ad una verità che superi anche la disonestà del proprio meccanismo cognitivo.
Il punto rimane che è necessario usare onestà intellettuale anche all’interno della propria ideologia e continuare a tentare le strade per uscirne fuori e disancorarsene. Per questo io continuo a leggere con grande interesse anche le idee altrui. Perché però sia proficuo questo contestare e contemporaneamente contestarsi, è necessario che ciò che si scrive segua una direzione onesta e fondata che sia sempre ben aderente alla realtà dei fatti e che parta sempre da essi.
Cordialmente,
Az