Avrei voluto avere il tempo per dedicare un post all'anniversario dell'assassinio della morte di Anna Politkovskaja.
Uccisa con quattro colpi di pistola sulla porta della sua abitazione, la giornalista della "Novaja Gazeta" avrebbe dovuto pubblicare pochi giorni dopo un'inchiesta sulle atroci torture attuate dai russi in Cecenia da uomini in divisa che la Russia finge di non riconoscere e la cui responsabilità la Cecenia di Kadyrov nega inutilmente.
Pubblico un breve estratto della Prefazione di Adriano Sofri al libro Mondadori "PROIBITO PARLARE. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin" per ricordare la fine di una delle migliori reporter della storia del secolo e la sopravvivenza di una delle testimonianze più tenaci e forti sul conflitto in Cecenia, sulla Russia di Putin e la Cecenia di Kadyrov.
La fine di una donna la cui porta di casa non si è mai aperta.
(...)
"A volte la gente paga con la propria vita per dire ad alta voce ciò che pensa." Una frase così può passare persino inosservata, con il suo tono affabile e quasi dimesso. "A volte..."- cose che possono succedere.
Poi succede che in un giorno di ottobre, il 7, per l'esattezza, il 7 ottobre del 2006, la signora dal viso magro, serio e nervoso (coi capelli tagliati a caschetto e gli occhiali aveva quasi un'aria da Harry Potter, no?) che aveva pronunciato quella frase rientra con la spesa nel condominio in cui abita,in un appartamento di tre camere, al settimo piano, lei e un cane pieno di complessi, di nome Van Gogh - entra nell'ascensore, viene raggiunta da un sicario a viso scoperto che le spara cinque colpi tre dei quali vanno a segno, il primo basta a ucciderla, gli altri sono di grazia, superfli, se non per assicurare lo sparatore. Che butta via la Makarov con cui ha sparato e se ne va, neanche precipitosamente, senza curarsi della telecamera di sorveglianza. Arriva una Nina quattordicenne, in visita proprio alla dirimpettaia della signora che giace accasciata nell'ascensore, inorridisce, corre a piedi per sette piani, fin dentro l'appartamento. Un'altra donna dall'ottavo piano chiama l'ascensore, vede, dà l'allarme. Nel giro di qualche ora tutto il mondo riceve una notizia sconvolgente: Anna Politovskaja è morta assassinata nell'atrio di casa sua, nel cuore di Mosca. Non sono moltissimi quelli che conoscono quel nome, ma nemmeno pochi. Quelli che lo conoscono, provano il dolore speciale che si prova davanti a un delitto annunciato.
Conoscere Anna voleva dire sapere che gli assassini la braccavano. Non importa da dove: dal Cremlino o dagli stati maggiori, dal despota fantoccio della Cecenia o dalla deriva di gruppi e agenti segreti a metà fra il servizio al capo e i lavori in proprio, o da quale altro covo di brava gente patriottica, razzista e gonfia di odio. Era riparata per qualche tempo a Viena nel 2001, quando le minacce di morte contro di lei si erano fatte più incalzanti e firmate. Da anni sull'immagine di quella signora dal viso di ragazza seria e minuta si leggeva la didascalia in controluce: ATTENZIONE, E' CONDANNATA A MORIRE. C'era andata vicino tante volte, durante i viaggi temerari nei luoghi di guerra spietata, o quando i militari suoi connazionali l'avevano sequestrata e si erano divertiti a infliggerle un'esecuzione simulata, e lasciandola andare le avevano sibilato: "però, avremmo preferito farlo davvero", o quando l'avevano "arrestata" e calata per tre giorni in una buca, o quando l'avevano avvelenata su un aereo che andava a Rostov- lei che da lì avrebbe proseguito per arrivare in tempo a Beslan, in tempo per vedere, per capire, forse per provare a soccorrere e a salvare, come aveva fatto invano al Teatro Dubrovka- e l'aveva soccorsa in extremis una brava infermiera. Ed ecco, la cosa si è compiuta,, non nell'azzardo della Cecenia o dell'Inguscezia, non allo sbaraglio di un volo di fortuna, ma a Mosca, dentro l'ascensore di casa, con un assassino che non si è nemmeno premurato di cancellare le proprie impronte, di mettersi a correre dopo aver finito. Doveva morire: ecco, è morta. La notizia, in un senso, non c'è: c'era già, si sapeva, lo si aspettava, lei stessa se la aspettava.
E' per così dire il perfezionamento pratico di qualcosa che era già avvenuto, era scritto, bisognava solo sbrigarlo. (Vi ricordate Giovanni Falcone, l'attentato esplosivo sventato all'Addaura? Lo si era deriso, lui e la sua compagna: se l'era fatto da sè, era un "autoattentato". Amarissima ironia, quando l'attentato all'auto chiuse il cerchio.)
Il dolore speciale viene proprio da qui, perchè la tragedia annunciata non è nè più nè meno triste di quella improvvisa e inattesa, è semplicemente diversa. Se era annunciata, non doveva essere sventata? Dunque esiste un destino ineluttabile, perfino quando la sentenza non è pronnciata nel cielo degli dei ostili e invidiosi, ma sulla terra degli onnipotenti servi padroni?
E dunque, costei che viveva accanto a noi, di cui leggevamo gli articoli una settimana dopo l'altra, che ascoltavamo in qualche intervista, che ritirava il suo premio al valor giornalistico o civile, era un'altra da noi, una morta che cammina e scrive e dice a voce alta la verità, una votata all'ombra?
" A volte la gente paga con la propria vita per dire ad alta voce ciò che pensa". Riascoltata, riletta dopo il 7 ottobre la frase ha cambiato senso, perfino l'intonazione affabile e dimessa è scomparsa, " a volte" è diventato un annuncio inesorabile e solenne: a volte, questa volta. Non solo non sappiamo proteggerle, le persone sulla cui porta l'odio e la menzogna hanno tracciato un segnale per gli assassini, ma ridiamo di loro o esitiamo a resistere a chi ne ridicolizza la voce. quando Anna (..) denunciò d'essere stata avvelenata, si scherzò sulla sua megalomania o sulla sua paranoia. Si dava delle arie. E poi, addirittura il veleno, come nelle favole e nei romanzetti. Aveva bevuto un tè, aveva avuto un mal di pancia, magari aveva paura di andarci davvero, a Beslan, e si era inventata vittima di un torbido complotto. "
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L'ONORE DEL GUERRIERO, LA DONNA, LA GUERRA INVISA ALLE MADRI
Il catalogo dei giornalisti morti ammazzati comprendeva nomi di donne, soprattutto in Cecenia. (...)
Non è per un facile luogo comune che insisto sulla incarnazione del coraggio di una figura così femminile. La guerra del Caucaso è infatti da sempre anche una sfida fra "veri uomini". I ceceni sono il più fieramente patriarcale fra i popoli, e il maschilismo islamico si è sovrapposto solo come un recente e superficiale piano rialzato a una tradizione assai più antica e profonda di eroismo guerriero personale e nazionale. L'autorità degli anziani, l'audacia ribelle e irriducibile del brigante - l'abrek- l'onore guerriero, hanno tenuto il primo posto in questo piccolo popolo, sia quando si batteva fieramente contro il russo ubriacone, sia quando si arruolava nella prima fila sotto le bandiere russe, come per l'ultima volta, in Afgghanistan. I ceceni, mi ha detto in un villaggio uno di quegli anziani al cospetto dei quali i giovani non avrebbero mai osato mettersi a sedere, sono stati creati da Allah per stare come un moscerino nell'occhio dei russi. (...)
Non l'onore russo è stato riscattato da Putin, ma la tronfia vanità svergognata dagli stati maggiori, e la sua propria di uomo della Provvidenza. I ceceni disprezzano il loro nemico russo, lo considerano senza fede, senza valore, senza dio. Dentro un orizzonte mentale poco differente da quello dell'Iliade, i ceceni considerano vili i russi, spaventati persino di dar sepoltura ai propri morti.
Ci sono battaglie di blindati al cui attacco vittorioso correvano nella neve giovani boeviki ceceni con le scarpe di gomma, armati di kalashnikov e molotov, e ragazzi appena adolescenti armati solo del chiasso della propria voce, pronti ad afferrare l'arma di chi cadesse affianco a loro.
Il famigerato Shamil Basaev aveva tenuto a rifiutare l'anestesia, mentre gli amputavano un piede ferito su una mina, e si era fatto filmare mentre lo operavano sveglio in un riparo di fortuna. Questa primitiva grandiosità eroica del "vero ceceno" è la vera debolezza sotto la quale il popolo ceceno, la sua memoria, le sue donne, i suoi bambini, non potevano che rovinare e soccombere.Troppo anacronistico per essere ancora magnanimo, e non costare un prezzo impossibile, il mito del valore virile doveva infrangersi contro la potenza senza nome di un esercito moderno cui tutto era stato autorizzato. E il valore guerriero, l'orgoglio del proprio ardimento solitario, l'eroismo sconfinato in bravata, la lealtà mutata in cinismo hanno travolto i combattenti ceceni fino a rovesciare la fede che avevano proclamato incrollabile: che ogni ceceno è uno Stato a sè, fino a quando non compaia il nemico russo, e allora tutti i ceceni si stringono come un sol uomo.
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Dunque non è un caso che la difesa della verità e dell'umanità in Cecenia abbia preso sempre più ( e proprio a partire dalla "seconda" guerra) le fattezze e la voce di una donna russa come Anna. La viltà, la fellonia della potenza russa le facevano orrore, ma la spavalderia eroica dei combattenti ceceni non poteva incantarla, neanche alla memoria. Non gli eroi furiosi dell'Iliade, ma la guerra invisa alle madri era il suo retaggio.
"Non bevo, non fumo e non amo l'adrenalina. I giornalisti maschi qualche volta giocano alla guerra. Io la odio. E' orrenda. Quando ero prigioniera nella fossa era terribile, sporcizia, puzza, senza bagno, acqua, cibo." (...)
Conosce l'ignobiltà, la prepotenza, e comunque l'impotenza e l'infantilismo dei giochi dei guerrieri, li svela, li rivela, li mette a confronto e ne segnala il vicolo cieco, ma è con le persone, con le donne, con i bambini, coi vecchi dagli occhi arrossati, con le madri dell'una e dell'altra parte che sta.
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