domenica 7 febbraio 2010

MICHAIL M. BACHTIN- La parola nel romanzo

"La parola vive fuori di sè, nella sua viva tendenza verso l'oggetto; se noi prescindiamo interamente da questa tendenza, nelle mani ci resta il nudo cadavere della parola, dal quale non potremo apprendere nulla sulla situazione sociale e sil destino vitale della data parola.
Studiare la parola in se stessa, trascurando il suo tendere fuori di sè, è insensato quanto studiare l'esperienza psichica interiore al di fuori della realtà verso la quale essa tende e dalla quale è determinata.
(...)
La parola della lingua è parola semialtrui. Essa diventa "propria", quando il parlante vi installa la propria intenzione, il proprio accento, quando padroneggia la parola e la associa alla propria aspirazione semantica e espressiva.
Prima di questo momento di appropriazione la parola non è nella lingua neutra e impersonale (non è dal vocabolario, infatti, che il parlante prende la parola!), ma sulle labbra altrui, negli altrui contesti, al servizio delle altrui intenzioni:di qui essa deve essere presa e fatta propria.
E non tutte le parole si prestano per chiunque con uguale facilità a questa appropriazione, a questa presa di possesso: molte resistono tenacemente, altre restano altrui, risuonano in modo estraneo sulle labbra del parlante che se n'è appropriato, non possono integrarsi nel suo contesto e ne cadono fuori;
è come se, contro la volontà del parlante, si mettessero da sole tra virgolette.
La lingua non è un mezzo neutro, che facilmente e liberamente passa in proprietà intenzionale del parlante; essa è popolata e sovrappopolata di intenzioni altrui.
Il dominio della lingua, la sua sottomissione alle proprie intenzioni e ai propri accenti è un processo difficile e complesso. "

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