(scritto da me SEI ANNI FA, quando avevo 18 anni)
Vive in un faro.
Quando i colori del tramonto svaniscono e sta per scendere lentamente la notte, lui sta dietro l’unica finestra nel ventre del faro e disegna con le dita fasciate nell’impasto di polvere e sale, sul vetro.
Tira su col naso e si appoggia al gomito della sedia costruita con delle corde rosse e delle tavole di legno prese dal pontile sfasciato.
Si passa le dita sulla fronte e divide in ciocche i capelli castani che gli cadono sulla fronte. Su una parete c’è un pezzo di specchio incollato a due angoli di cornice.
In quella striscia appesa al muro con un chiodo di fortuna, ora, si vede la figura di un ragazzo dalle spalle muscolose, con una maglietta bianca piena di lacerazioni, con gli occhi chiari fissi in un solo punto. Sorride e si strofina gli occhi con la pelle ruvida ed arsa dal sole del dorso della mano.
La gamba inizia a salterellare, le dita a tamburellare.
-“Quando arriva?”
Poi , non ce la fa più.
La sedia spinta indietro, stride bruscamente sul cemento dell’unico ambiente di cui è fatta la casa di Torres, barcolla e miracolosamente si rimette sui quattro piedi.
Torres è già fuori.
La sua casa resta immobile. La paglia ammassata in un angolo, tenuta insieme da una rete da pesca, è coperta da un lenzuolo bianco e da qualche coperta consumata qua e là.
Su alcuni galleggianti amaranto scuro sono piegati dei pantaloni e delle camicie stinte.
Una scaletta di corda si arrampica verso l’alto e si perde nel buio. L’aveva costruita a dodici anni, quando aveva deciso che voleva vedere da vicino quell’enorme lampadario appeso al soffitto della sua stanza.
Aveva rischiato di cadere con la schiena a terra una decina di volte, ma ogni volta che riusciva ad arrivare fin lassù, sentiva l’abbraccio del mare arrivare da lontano.
Lassù, su una parete - la foto mangiucchiata e sbiadita del profilo d’una ragazza dai capelli mori coperti da un velo e gli orecchini pieni di riflessi.
Torres pensa proprio a quella foto mentre si ferma a guardare l’orizzonte. C’è ancora un po’ di luce sulla linea che separa il cielo dal mare ed i suoi occhi sembrano arrivare oltre quel chiarore.
Nessuno saprà mai cosa vedono gli occhi di chi è cresciuto con il mare dentro.
-“Sta per arrivare” dice, mentre respira profondamente l’aria salmastra e salta di scoglio in scoglio, fino ad un faraglione levigato dai venti da cui, da piccolo, osservava i gabbiani sfiorare le acque ed acciuffare i pesci argentati.
-“Ah, sei qui!Dove ti eri cacciato Spleen?”
L’abbaio d’un enorme cane bianco dal pelo inzuppato di fango e sparso di granelli di sabbia, gli risponde “a rincorrere le api che ronzano attorno ai pesci portati dall’alta marea sugli scogli”
-“Sta per arrivare…hai imparato a sentirla anche tu, eh, vecchio pelosone?”
Spleen si arrotola attorno al suo stesso corpo per ripararsi dal vento e nasconde il muso sotto il suo pelo lungo e folto. I suoi occhi color miele circondati da una linea nera, guardano il padrone.
Torres è solo un ragazzo ma ha i polmoni bruciati dal sale e le braccia d’un uomo di mare. Sua madre l’aveva partorito e poi, lasciato sulla spiaggia di quel posto, a pochi passi dal paese.
Quel paese non l’aveva mai visto e non l’aveva mai sentito suo. Se avesse potuto, avrebbe costruito un faro su una zattera e sarebbe andato a vivere a largo, perché l’idea che il suo faro fosse pur sempre un braccio della terra di quel paese, lo tormentava.
Torres non ha mai parlato ad altri che a Spleen. Non ha neanche una lucida cognizione di ciò che gli esseri umani siano.
Pensa: “Gli abitanti di quel paese saranno qualcosa come quelle colonie di formiche ammassate intorno ad un comune centro di gravità, che quando si fermano a riposare non sanno neppure più di esserci!”
La prima volta che aveva visto da molto vicino un essere simile a sé , l’aveva trovato tristemente buffo!La figura di una donna che sfiorava con le dita la ringhiera del molo , gli aveva ricordato una rondine enorme, dal cappuccio nero ed il petto bianco. Se n’era stata lì un bel po’, a guardare qualcosa che non era mai arrivata.
Si era voltata piano, scivolando col capo basso sulle spalle piccole e se n’era andata a passi silenti. Quando la donna era sparita oltre il braccio del molo, Torres era uscito fuori ed aveva visto un piccolo punto bianco muoversi all’orizzonte. Mentre avanzava sulle onde, sulla striscia nera della prua era diventata sempre più evidente una scritta chiara e qualcuno aveva gridato: “Spleen”, ma non era sicuro che non fosse “Spring”. Aveva strizzato gli occhi, come se avesse saputo leggere e non aveva voluto restare neanche lui.
Si era stretto nelle spalle -“Veh, la rondine non ha aspettato abbastanza!”, ma aveva sentito una strana tristezza la sera, quando anche lui aspettava qualcosa.
Un giorno era arrivata una scialuppa abbandonata, scassata e scolorita. L’aveva presa ma non sapeva cosa farne.
L’aveva messa in un angolo del molo, sotto un muretto. Si era seduto lontano e si era messo a guardarla: faceva sempre così quando voleva trasformare qualcosa.
Si era grattato la testa e ci aveva rinunciato.
Se ne era rimasto lì, ad osservare le barche dei pescatori tornare ai pontili.
Il fischiettio d’un’ombra aggrappata con una mano alla corda d’un peschereccio, era passato di barca in barca. Dalla più lontana, aveva visitato un vecchio e un ragazzo, due uomini scuri e massicci intenti a sventrare dei pesci per un falò, fino alla barca di una donna lentigginosa, grassa e dai capelli corti che si era messa a fischiettare distrattamente.
Quando il motivetto era arrivato a Torres, a rispondere era stata una palla di pelo bianca, sonnolenta, nascosta tra le reti rosse, annidate sull’orlo del molo.
Aveva alzato il muso e gli occhietti semichiusi ed era arrivato scodinzolante di fronte a lui.
-“Veh?A quanto pare , ho trovato cosa fare della scialuppa!”
L’aveva preso dal collo, con una sola mano, con quel pelo morbido tra le nocche enormi.
-“Dì un po’, ti dà mica fastidio se ti chiamo Spleen?”
Le zampe enormi nell’aria che cercavano di aggrapparsi al padrone, gli avevano risposto: “può darsi!”
Torres aveva afferrato con l’altra mano la scialuppa e ci aveva messo dentro il piccoletto.
-“Veh, ‘spetta un po’, ti prendo una coperta!”
Da allora, Spleen gli aveva rubato la coperta grigia piena di pallini ogni notte e lui restava rannicchiato ed infreddolito sul letto di paglia.
Torres gli aveva raccontato di lui. Di quando aveva aperto gli occhi per la prima volta ed aveva visto il faro. Di come amasse costruire le cose scolpendole nel legno. Di quando aveva preso da terra un bracciale ed una donna gli aveva detto “ladro!” e voleva portarlo “dalla badessa dell’ orfanotrofio”-Così aveva detto- e lui non sapeva neanche cosa fosse una badessa, ma si era messo a scalciare con gli zoccoli sulle ginocchia della signora, fino a costringerla a lasciarlo andare.
E lui, via, volando come un gabbiano fino al faro e su per la scaletta, fino alla punta del suo rifugio, per restare affannato e singhiozzante lì, di fronte a quella foto.
Torres non sa cosa significhi pregare, perché lui non sa di Dio. Magari sa cosa sia, saprebbe indicarlo anche, ma lui non sa di Dio.
E di fronte a quella foto, non prega. Aspetta. Aspetta che il respiro torni regolare ed il corpo smetta di fremere. Sa che succede sempre. Passa. E lo sguardo di quella ragazza gli dice proprio questo: adesso passa!
-“Chissà se qualcuno lo dice mai a lei: veh, adesso passa, bambina!” pensa Torres mentre trattiene il respiro e si appoggia con la schiena al faraglione, facendo forza sulle gambe e sui piedi nudi.
Ricorda .
Era rimasto con gli occhioni fermi ed i capelli mossi pieni di umido di fronte a quel corpo. Era solo un bambino e la notte aveva paura. Troppa paura. Perché per proteggere il paese dai bombardamenti, avevano dovuto spegnere la luce del faro. E lui non aveva mai dormito al buio.
Il mare si sentiva appena.
Aveva sentito qualcosa cadere pesantemente: - “Veh, fifone?Saranno i sacchi nella stiva di una nave. Dormi adesso, Torres” si stringeva le gambe trattenendole al petto con le braccia e si cacciava sempre più in fondo al suo letto.
Poi aveva sentito un canto spezzato dal pianto.
-“Fai un rumore! Un’onda, fatti sentire…”ma il mare non aveva fatto nessun rumore e Torres cercava di immaginare il molo, il paese alle spalle su una collina, le barche. Ma tutto stava sospeso per aria se non c’era il mare.
Il faro restava isolato, legato ad un braccio di cemento, senza poter andare; quasi come se dovesse sprofondare con tutto il resto.
-“Se qualche barca si è persa nella notte, come farà senza il faro?...Come…io sono il guardiano qui, come?Fai un rumore…dannazione…Tutto per aria. Ci deve essere. Ci deve essere. Aspetta.”
Il canto si era sentito di nuovo arrivare dalla porta del faro. Così , si era alzato, “sono il guardiano qui”, aveva spostato la porta cigolante e si era ritrovato lì, di fronte a quel corpo rivoltato per terra.
Il fiato di quell’uomo avvolto in un cappotto lungo e pieno di bottoni, usciva come un fumo strozzato prima che si potesse estendere fino alla fine. E fino alla fine, aveva tentato di cantare la buonanotte per lei.
Teneva quella foto tra le dita scure e rigide. Non si era neanche accorto di Torres. Se n’era andato così, nel buio d’una notte che attendeva che le bombe cadessero ad incenerire gli animi.
Ancor prima dell’alba, Torres era riuscito a trascinare il corpo dell’uomo sul bordo del molo.
L’aveva osservato particolare dopo particolare. I capelli castano ramato tirati indietro, la fronte larga d’un padre e le palpebre violacee dalle ciglia folte, la pelle bruna e liscia, il collo corto e muscoloso, le spalle ampie e le clavicole grosse, la divisa piena di bottoni tondi lucenti e gli stivali neri enormi.
Aveva sentito una cosa strana. -“Posso?”gli aveva alzato un braccio e si era coricato sul suo petto, rannicchiato ed aggrappato con le mani al collo di quell’uomo.
-“Aspettiamo la luce!Veh, non aver paura, non ti lascio cadere nel buio!”
Era rimasto zitto. E più gli faceva paura il freddo e più lo stringeva.
Arrivata l’alba, gli aveva messo un dito sotto il naso, sulle labbra ferme, poi, l’aveva spinto appena , con la delicatezza di un bambino dalle ossa grandi e sporgenti. Torres non sapeva che esistesse la morte, eppure, era riuscito a riconoscerla. Era scivolata nel mare piano-piano.
Ma quella foto non era voluta andare .
Era rimasta a galleggiare sull’acqua. Torres l’aveva presa e via-su per le scale , fino alla punta del faro.
Sul retro della foto ci doveva esser scritta una lettera, ma il mare aveva lasciato solo delle parole lontane che, a ricomporle in un altro ordine, sarebbero potute diventare per Torres.
Ma tanto, lui non le avrebbe mai sapute leggere.
“Sono io
devi solo
mare anche qui-
riconoscermi la notte papà non aver mai paura ancora tramonti-la aspetta le mie braccia i miei pensieri.”
Torres è cresciuto con quella foto appesa sulla punta del faro. E’ tutta la sua famiglia ed è il solo modo che conosca di vivere.
Finita la guerra, quando i ragazzi avevano preso a portare le ragazze al molo e se ne stavano lì , come rocce che sostengono con le spalle il loro mondo, Torres era andato al faraglione ed aveva pensato: “Ce li ho messi io, lì ?” . Come fossero esseri di cartone, ritagliati, intagliati ed appesi alla scena. Come se anche il suo imponderabile potesse apparire da un momento all’altro, per il solo fatto che lui si senta esistere più di quanto non lo senta negli altri.
Certe volte, mentre si tuffa in acqua, lo assale una vertigine e scopre di vivere al confine degli uomini. Solo allora.
Appena risale in superficie spinto dalla forza dell’acqua, cerca Spleen. Fischia e lui arriva. Si sente già meglio. Ed ogni volta Spleen spunta dal bordo del molo, mette il muso su un occhio del padrone e lo annusa un po’, poi si tira indietro e starnutisce. Ogni volta.
Se ne vanno in spiaggia, qualche volta. Per Torres è come tornare da sua madre. Ma lui non sa delle madri. Lui è convinto che la sua vita sia quella. Come chi se ne sta in una tela. Ma su quella spiaggia pensa che lei, forse, è morta lì. Non ricorda. O forse, solo d’aver aperto gli occhi e d’aver visto il faro. Un braccio, il calore d’una mano sulla testa, forse un profumo, anche.
Spleen corre attorno a lui e lo spinge con le zampe sulla schiena. Vuole essere rincorso. Ma lui guarda la costa e si lascia cadere sulla riva, con tutto il peso che arriva fino alle ginocchia.
Pensa: “Eh, non arrivano mai da noi, Spleen! Le onde. Forse un giorno scivolerò fuori da questo molo. Dove vanno quelle navi, ogni pomeriggio. Si sente il mare, qui !Dove l’onda s’infrange sulla spiaggia: la voce del mare. La sento, come un profumo. Un giorno ci andremo anche noi, a largo.”
Ed in quei momenti, Torres non ha paura. Pensa alla ragazza della foto. Forse anche lei, come lui. Forse.
Magari , sarà l’onda che gli porterà il rumore del mare, nella notte. Ma sono tutte cose che lo sfiorano appena. Lui non spera. Lui è la speranza e non sa di esserlo.
Pensa che gli butti bene così, a guardare la sua tela. Ma lui ha il mare aperto dentro. E quando la notte si accorge che non lo ha ancora chiamato, spalanca gli occhi e non capisce cosa stia aspettando. Lo sogna, quel mare enorme e quel cielo aperto. Se tutto resta immobile fa paura. Ma se arrivano le onde, è diverso.
“Mi porteranno da qualche parte, prima o poi.”
Poi si sveglia.
Forse il mare è sparito nella notte, per questo non fa rumore.
E allora, Torres si mette ad aspettare dal tramonto e veglia sui suoi colori. Aspetta; ogni sera, come in questa.
- “Sveglia Spleeeen!Sta arrivando!”grida sorridendo Torres.
Spleen fa un verso molto simile ad un muggito, alza il muso e guarda il suo amico. E con l’aria di chi: “lasciami dormire!”, poi, batte la coda.
Torres prende dalla tasca larga del retro dei suoi pantaloni una stecca di liquirizia e inizia a rosicchiarla. Spleen salta sugli scogli e si ferma su uno appena più giù dai piedi di Torres, lo guarda negli occhi con il muso alto e si siede. Allora, Torres prende dall’altra tasca una scatola rettangolare e stretta e tira fuori un bastoncino nero anche per lui, che se lo mette tra le zampe e inizia a rosicarlo da un lato.
-“Quel vecchio pescatore sarà contento che io e te ce la spassiamo con la sua liquirizia!Continua a lasciarla sullo stesso scoglio, povero rincoglionito!Veh , certe volte ha provato pure ad attaccare bottone. Da vecchi io e te non saremo così impiccioni , no, Spleen?”
Pensa: “Io e te non diventeremo vecchi. Restiamo così. Ci penso io. Gli altri diventano vecchi. Ma noi non c’entriamo con loro, Spleen!”
Sente qualcosa di strano, scuote la testa per far cadere un pensiero che non è riuscito ad arrivare.
Si pulisce con una manica della maglia bianca la bocca e si lucida i denti macchiati. La lingua schiocca sugli incisivi, si mette una mano in tasca, alza lo sguardo rapito e dice:
-“Ecco!”
Torres vive in un faro e appena scende la notte, salta di scoglio in scoglio per vedere se il buio cancella il mare.
-“Il mare!Tutto quel buio sterminato, ma bastano pochi punti di luce a far guizzare le onde e muovere le acque! Perché in un molo l’acqua non si fa sentire e stare a letto e pensare che tutto quanto là fuori sta per aria e galleggia sul buio, dà i brividi, Spleen!”
La luce verde del faro si accende ed illumina con una striscia il lato sinistro di Torres
-“Chissà se il mare sa di esserci!”
La luce si spegne.
Torres lancia la stecca nel buio – il tonfo- poi si intravedono le increspature.
Spleen smette di rosicchiare , alza le orecchie e scatta in piedi, lì lì per andare verso il rumore.
-“Stupidone, veh? Vallo a prendere, dai!Eh, eh!”
Torres pensa alla stecca in fondo al mare e gli gira la testa.
–“Veh, adesso passa!” pensa.
Salta giù dal faraglione. Fischia come ad un falco e si accende il faro. Sorride con l’aria esperta, si toglie la maglietta e se la mette in spalla con una mano.
–“Andiamo Spleen!Il mare non lo vedi, ma c’è così tanto che ci puoi cadere dentro!”
Il mare resta in silenzio.
Quasi non c’è. Ed ora che anche Spleen rientra, non sa più di esserci.
Immobile e buio fin sopra il cielo. Sembra che implori un alito, che arrivi a muovere qualcosa. Un amo d’acciaio che nuota nei suoi abissi ha infilzato la carne di una tartaruga.
Le altre vanno avanti. Lei no .
Tutto trascolora piano. Anche il mare dimentica la sua paura ed è già mattino.
Sta lì, galleggiando come una bolla, la tartaruga. Già arrivata a riva.
Le onde la muovono avanti, indietro. Sembrano volerla lasciare sulla spiaggia. Ritorna nell’acqua.
Quella bolla enorme sull’acqua quieta e chiara, come la pietà sulla meraviglia, Torres la guarda dalla sua finestra. C’è Saverio a sorvegliarla.
Un mocciosetto dalla faccia antipatica, i capelli rossi e le lentiggini che grida : -“Che schifo!” e spinge la carcassa con i piedi.
Torres lo detesta.- “Bisogna essere sadici!” pensa. Si innervosisce ed esce fuori ancora col petto nudo.
-“Veh? Adesso piantala, hey,hey!Lasciala!Via!Via!M’hai capito?”
Saverio lo guarda sfrontato e lascia il piede sulla tartaruga.
-“Non capisci?Ho detto leva quel piede!”
-“Io sono Saverio!Italiano!”
-“Che diavolo vuoi che me ne importi!”
-“Ha un ago infilzato nel sedere!”
-“Diavolo!Mi vuoi ascoltare?”
-“A Sant’ Irene l’anno scorso è arrivato uno squalo morto! A Sant’Irene ci vivevo. Ma ora vado in America. Ho imparato lo spagnolo. Mia madre è spagnola ma noi stavamo in Calabria. Tu come ti chiami?Ha un ago nel sedere!Vedi?”
Torres resta sconvolto. Mai sentito prima tante parole per lui. “Come diavolo si può essere così irriverenti?” pensa. “Continua a ripetere che ha-un-amo-nel-sedere!”
Resta a bocca aperta come un pesce e pensa che se il moccioso tiene ancora il piede su quella bestia, lo prenderà a calci.
-“Ah Saveriu!Adduv’eri?Camina!” Un uomo prende Saverio per un braccio e prima di trascinarlo via, guarda Torres con aria minacciosa .
Ma Saverio, mezzo metro dopo, si mette a tirare i calci sulle gambe del padre e torna dalla tartaruga.
Così, a Torres, il moccioso inizia a stare meno antipatico.
-“Ca mu fai?” Grida l’uomo.
Saverio lo prende per mano e sembra un altro bambino.
-“Guarda papà!”
Quando vede la tartaruga, anche lo sguardo dell’uomo cambia.
-“La dobbiamo portare a largo!”
L’uomo sta un po’ zitto. –“Iamu!Camina!Ca a mamma nd’aspetta!” dice, ma si lascia convincere.
E così, Torres resta a guardare quei due che trascinano quella grossa bolla verso gli scogli e poi, la spingono con i piedi verso l’interno.
-“Mò si cuntentu?” e va via.
Saverio resta a guardare la tartaruga. Non è contento. La corrente la riporterà sulla riva. Non è stupido.
L’abbaio di Spleen gli accende il viso, come dopo una corsa.
-“E’ tuo?”
Torres tira Spleen dal collare verso le sue gambe, quasi non volesse che quei due familiarizzassero.
E invece, Spleen lo adora.
-“Come si chiama?”
Torres non risponde. Fa schioccare la lingua sugli incisivi e volta le spalle a quei due.
Ma Saverio lo segue fino al faro. Gli si piazza di fronte, fa schioccare la lingua sugli incisivi, si guarda attorno e :
-“Vivi qui? Foorte!Montades dice che dovresti metterti a lavorare. Che peschi bene!”
-“Ah si?E chi è questo Montades?”
-“Ci porta in America. E’ un vecchio. Mio nonno. Lui dice che ti conosce. Che stai sempre solo. E che gli freghi la liquirizia!”
Saverio gli sfila dalle tasche la scatola.
-“Il rincoglionito, allora!”
Ride-“Non è un rincoglionito!Papà dice che è stato in America un sacco di volte. E mi ci porta. A me e la mia famiglia e altre due, fra due settimane. Ci sono i miei fratelli. Li porto qui, se vuoi!Gli faccio vedere il faro. Che a loro piacerà…Ti faccio conoscere un po’ di gente!”
Saverio schiocca la lingua sui denti e guarda Torres.
-“Veh?Cos’è?Devi fare tutto quello che faccio io?”
E quasi si dispiace quando il moccioso esce dal faro, noncurante , e se ne và .
Torres si mette a pensare. Si mette a pensare quello che dice di lui la gente. E s’infuria.
“Cazzo ne sanno!Veh!E magari il moccioso pensa di venire a farmi compagnia!Mi manca una crocerossina…Conoscere un po’ di gente! Capisce niente la gente!”
Perché una grande verità è che nessuno capisce. E lui, lo sapeva prima ancora di aver incontrato il genere umano , che nessuno capisce. Poi, gli è bastata una frase per esserne sicuro.
Forse, si aspetta di poter trovare uno come lui, che non abbia paura della solitudine. Che la faccia sparire, ma che non abbia paura e non la giudichi. Che lo vada a prendere, ma che non sappia neanche lui la strada.
Che si accucci vicino a lui e lo capisca senza parole.
Senza fare male.
Qualche giorno dopo, Saverio torna. Da solo. Si mette a giocare con le statuine di legno intagliate da Torres. Se ne intasca qualcuna. Gli dice: -“Mi fai un elefante?”
Torres non ne ha mai sentito parlare. Così, Saverio gli racconta dell’Africa e degli elefanti. Non che li abbia mai visti. Gliene ha parlato un africano che raccoglieva le arance in Calabria, insieme a suo padre e poi ci ha fatto una ricerca. Sui giornali, nei libri di favole e della scuola.
Torres non lo ascolta.
-“E’ il più grande della terra. Pesa otto tonnellate!Sente l’acqua anche se sta sotto terra!Sente l’acqua con la proboscide –che – è – questo – lungo – tubo – a - naso che hanno , per tenersi dalla coda e non lasciarsi andare. Pensa, tutto deserto e lui trova l’acqua.
E poi, con il naso parla e lo sentono solo i suoi simili, certe volte. E la gente non li sente.
Parlano zitti. Grandi come sono! Si tengono con la proboscide alla coda, per non lasciarsi andare.
Ed è così enorme che non ha nemici. Però se lo feriscono, carica come un toro , è più grande dei tori cento e cento volte, e carica….
… E io ci credo. Si , a questa storia del cimitero degli elefanti. E sai, quando gli elefanti trovano una carcassa di un elefante, si mettono a cerchio. Capisci? E si mettono… si… Mi stai ascoltando?Si mettono a cerchio e si mettono ad accarezzarne le ossa.
Piano- con le proboscidi. Sono solo pezzi di ossa. Ma loro capiscono. Lo riconoscono che è uno di loro. Forse pensano. Vorrei vederlo. Deve essere come un pianto, la danza delle proboscidi attorno ad uno dei loro, perso per sempre.
In Africa, mio fratello ci è andato. E non me l’ha mai detto. A lui non piaceva tanto parlare quando è tornato, però, penso che li ha visti.”
-“Veh!Chiediglielo!”
-“Ogni tanto glielo chiedo… Si.”Saverio guarda fuori, stringe le labbra. Volta le spalle a Torres.
-“Non lo voglio. Lascia stare!Non lo voglio l’elefante!” Poi, sta zitto e si mette ad accarezzare Spleen.
Torres capisce. –“Che idiota!” perché lui non ha provato mai a dire una sua cosa così gelosa, ma se l’avesse fatto e gli altri non avessero capito, avrebbe avuto la stessa reazione.
-“Una volta, ho visto una cucciolata di cani bianchi. Li hai mai visti, Saverio?E dai, guardami!
Veh, uno , se ne stava lontano dalla mamma, da tutti. Non giocava mai . Veh, un giorno s’è svegliato e s’è messo a mordicchiare i suoi fratelli. Ma non sapeva mai quanto poteva.”
-“Cosa?”
-“Mordere. Non sapeva quando era un morso per gioco e quando no!E magari gli faceva male o poi, gli facevano male. E si azzuffavano per gioco e lui magari, pensava che gli volevano fare male.
Li devi vedere!Sai degli elefanti e non sai dei cani!Veh!”
Un sorriso.
-“Domani ti porto il mio libro!Ci tengo tutte le immagini degli animali più strani. Ritaglio le immagini . Una volta papà mi ha battuto. Perché i libri non si toccano!Però io ho fatto un libro mio. Un giorno lo vendo!Magari in America. E poi lo traduco in spagnolo e italiano e ci faccio i soldi, per mamma”
Saverio ci resta di pietra. Perché Torres lo ascolta serio. Come se quella cosa la dovesse fare davvero, un giorno. Come se la potesse fare. E gli dice:- “Bello!”
-“Eh!Torres… non dicevo sul serio!” Ride e se ne va .
Un giorno sulla porta non c’è Saverio.
Torres fa: -“Veh!Saverio, entra!”
Ma c’è solo una ragazza imbarazzata che fa qualche passo indietro.
Torres resta a guardarla e la ferma per un braccio, prima che lei possa allontanarsi. Le stringe i polsi così forte che lei ha paura e si mette ad urlare.
-“Oh!Oh!Che…non … che c’è!Shhh!Piano!Non avere paura!”
Aspetta che lei la smetta di urlare e poi la lascia .
Lei gli mette sotto il naso la foto d’un uomo. Lui non capisce più niente. Sente il suo odore. La tira dentro e chiude la porta. Non le lascia il tempo di gridare, perché la tira a sé e la bacia. La abbraccia forte. Le mette le mani nei capelli.
Lo schiaffo di lei. Forte. Secco. Rimbomba in tutta la stanza. Ma già le mancano le braccia di quel ragazzo.
Apre la porta e corre via.
Lui non la segue. Guarda quella foto.
-“Lo sta cercando, ancora!Non lo troverai… Non lo troverai più!”
Dopo un po’ arriva Saverio.
-“L’hai vista?L’hai vista?”Torres è agitato.
-“Chi?”
-“La ragazza… la ragazza che era qui…!”
-“ Cos’è?Ti piace?Lo dico a Montades … se …”
-“Io … vai via!Vattene!…No, Saverio, aspetta!Se la vedi… dille…aspetta!”
E via, su per le scale, arriva lì, di fronte agli occhi di lei. Aspetta che l’agitazione passi. E’ proprio lei!Come ha potuto non riconoscerla? E’ mora!L’aveva immaginata bionda.
Ma gli occhi…sono quelli!Dio…!
Stacca la foto. Guarda il muro vuoto. - “Non so che faccio. Non so che faccio!”
Scende giù e Saverio è un po’ scosso.
-“Vado via domani!”
Torres si ferma.
Silenzio imbarazzante.
-“Se ti piace, sposala! A vivere non ci vuole tanto!”sorride.
Torres ha la faccia di un pagliaccio a cui si è incendiato il naso, ma non era previsto nel gioco e così ha la faccia comica in un momento triste, o la faccia triste, in un momento comico. Non si sa.
Torres la sente quella sua faccia stonata. Quasi la vede . Ed ha voglia di tornare su-via-su per le scale, lasciando cadere la foto, lasciando cadere le lacrime sul cemento ed anche quella sua espressione scema.
La mattina dopo, Torres scende giù e trova il libro di Saverio. Con tutte le foto e delle scritte, con tutti i disegni. Il biglietto: “Parto domani mattina con Montades. Vienimi a salutare, se vuoi. Mi riporti il libro. Così lo pubblico, poi. Ciao. Vieni , però!Saverio”
Ma Torres non lo sa leggere e questo, Saverio non lo sa. Sa che Torres sarebbe andato però. Se avesse potuto, sì.
-“ Forse non sta bene. Pensa alla foto di sua cugina. Non mi ha intagliato l’elefantino. Me lo manda , forse. Dai , adesso arriva. Mi porta il libro. L’ha detto lui che devo pubblicarlo. Ci faccio i soldi, per la mamma. Lo traduco. Siamo amici. Adesso viene. Cavolo, tirano la scaletta su! Adesso viene a salutarmi da giù. Ecco!Lo sapevo che… C’è Spleen!Ciao Spleen!Non mi sente…Dov’è Torres?Dov’è?Quanta gente!Cavolo!Lui c’è e non mi vede!Deve essere dietro quella cicciona!”
Montades lo guarda: -“Non verrà. Sta sempre per i cazzi suoi, l’amico tuo. Non l’ho mai visto parlare a nessuno. Mai un amico. Mai un parente. Mai una donna. Mangia liquirizia a sbafo, lui e il suo cane. Non lavora. Mangia pesce e taglia legna. E basta. Dice che viene e non viene mai.”
Allora , Saverio dice una cosa. -“Zitto, stronzo-acido d’un rincoglionito!”
E diventa uomo e scaricatore di porto in un sol colpo. In un sol colpo il suo futuro, là , mentre aspetta Torres che non verrà e si preoccupa per il libro e per l’amico che rimarrà male .
Ed aveva ragione. Torres non ci mangia per giorni.
Non aspetta neppure più la notte. Si è stancato . Passano mesi.
Certe volte, pensa che se gli avesse parlato, se gli avesse raccontato tante cose, Saverio avrebbe capito.
Sfoglia le foto di cani con le zampe magre e lunghe e le gobbe, di strani cosi verdi, tutti muso e denti aguzzi. Guarda la scrittura di Saverio. Pensa che forse ci ha scritto qualcosa per lui. Ma non vuole saperlo. Magari c’è scritto qualcosa che gli può dispiacere.
-“Montades tornerà. Magari, so qualcosa da lui…di Saverio…della ragazza!Veh!Basta con tutta questa tristezza!”
Prende una coperta , se la mette sulla testa e sulle spalle come un mantello ed esce fuori.
Se ne và al faraglione.
-“Quante notti, da questo faraglione!Tutte uguali!Anche sotto le bombe…tutte uguali… anche con i morti nel mare. Anche con la paura che sei solo e domani fa freddo e non hai da mangiare. Ed un abbraccio non l’avrai mai. Perché forse ti meriti così. E una madre non ce l’hai. Perché forse è giusto così. Tutte uguali. Sempre buio. Mi ci abituerò. Devo. A vivere non ci vuole tanto, ha detto! Tsss… moccioso pestifero!Aveva pure ragione. Aveva pure ragione, lui.”
Allora, si mette a costruire una barca. Litiga con qualche pescatore, perché qualcosa la prende qui e là… Cuce una rete un po’ sgangherata con tutti i rimasugli. Alla fine, vende il pesce che pesca e si compra un barattolo di vernice fresca, uno smalto nero e lucido.
-“Per il nome aspetto!”ma pensa già a Elefante. Anche se non sa come scriverlo.
Perché Saverio ha detto che trovano l’acqua pure sotto terra. Se non ci si affida ad una barca così!
Un giorno la mette in mare, ci fa salire Spleen e si prova ad allontanare un po’. Ma non esce dal porto.
E’ già abbastanza, così.
Ogni giorno, fa scendere giù Spleen e attacca la barca vicino al faro. Quando vede la gente la guarda e gli sorride. Anche se è incazzato nero. Come se pensasse che, se deve stare in un quadro, debba farlo sempre con la stessa faccia. La stessa faccia da pagliaccio a cui non è più andato a fuoco il naso, dopo quel giorno di Saverio e della ragazza.
Non parla di loro a Spleen. Vuole dimenticare. E quasi si sente tradito da lui, quando si mette a giocare con qualcuno. Forse, si sente più solo, così. Prima no. Prima, non lo sentiva. Non la conosceva tutta quella malinconia.
Sulla sua barca ci ha messo il libro di Saverio. E se ne sta giorni e giorni, fino al tramonto, a guardare le immagini. Come se potesse imparare a conoscerne la storia, soltanto così, guardandole a fondo e penetrando fino allo sfondo, dietro i colori, dietro la colla, dietro la pagina e l’altra e l’altra e l’inchiostro e il nastro del segnalibro e il cartone della copertina.
Non l’ha più trovata la foto di lei. Così, non se ne sta più al faro. Non scappa più su per le scalette. Il suo nuovo rifugio è Elefante. Spleen si stanca. Non sta più con lui. Si tuffa e, con il collo che esce appena dall’acqua con sforzo e le zampe che si muovono veloci, quasi a voler correre via dal vuoto, torna al faro e rincorre le api.
-“Forse, Saverio l’ha presa la foto. Ma quel coglione di Montades se n’è andato… non l’avranno rivista…”
Torres è bello. Le ragazze lo guardano e lui non se ne accorge. Va in giro a petto nudo, con i muscoli dorati e la schiena liscia e sorride loro. Qualcuna , torna spesso all’ora del rientro e lo guarda sognante.
Ma lui, non pensa che a lei. Come se il destino volesse scriverselo da sé, fosse quello e non ne esistesse un altro. Una sola possibilità per conoscere cosa voglia dire amare.
Una sera, arriva con la barca a riva e c’è Spleen che lo va a prendere. Gli mette il naso su una guancia e lo lecca tutto. Batte la coda, si mette a girare attorno ai pesci che ancora si contorcono .A Torres piace vedere come combattono contro l’aria e cercano il mare.
E uno lo salva sempre.
Il più malconcio. Lo prende e lo ributta a mare.
Non per pietà. Per paura che il mare resti vuoto la notte.
Immagina quel pesce che se ne torna a casa, nel buio. Sa che ce la farà. Per forza. Perché uno che è sopravvissuto alla morte, la sa ritrovare la casa. Deve , deve tornarci. La forza di volontà può tutto. Anche attraverso la paura, anche attraverso il buio.
Torres torna a casa stanco. Accende il fuoco in un angolo e cucina il pesce arrosto, con Spleen vicino che continua a battere la coda ed a mettersi a zampe in su .
E così, la trova lì, sul tavolo: la foto di lei.
“Torna!Torna!Lo so … lo so… torna!Dio!Torna!”
Ne sente il profumo.
Al suo risveglio, sente qualcosa di caldo al suo fianco. Non è Spleen. E’ il corpo esile di Maya, che sta con i capelli scuri e la testa pesante sul suo petto.
“Sto sognando – sto – so - se mi muovo la sveglio-Dio! Dormo?Sto – sto - sognando…”
Lei non si sveglia, si sposta impercettibilmente e lo abbraccia con i polsi sotto le ascelle di lui, che scendono più giù.
“E’ qui…è… qui.”
Si sveglia. Arrossisce, ma senza imbarazzo. Lo bacia. Ha un sapore diverso, ma lui sente lo stesso l’innocenza un po’ sfacciata di lei.
Pensa : “Non hai più paura?”
Lei dice la cosa meno aspettata. Forse, la più deludente:
-“Saverio mi ha parlato di te. E’rimasto in America.”
La guarda bene. Non è lei!
La allontana: “Chi sei? “
-“La cugina di Saverio.”
Torres si alza. Diavolo!E’ bella. Si, ma non quanto la sua ragazza.
-“Mi ha detto che tu mi aiuti. Che hai posto. Per ospitarmi. Mio nonno mi ha dato questa lettera. Dice se mi vuoi sposare!Ci autorizza. Le cose andavano male e allora, sono rimasti solo gli uomini in America. A lavorare. Saverio fa lo scaricatore. E’ bravo. Siete amici, no?”
Torres scansa la lettera.
-“L’ho letta. L’ha scritta Saverio. Era bravo a scuola. Dice che quel libro, di tenerlo. Che tanto era ‘na cosa stupida!Allora?Mi sposi, Torres?”
-“Tu…tu… non sei…Io non ti conosco”
Maya resta un po’ allibita. Si guarda. -“Mi hai vista, una volta…da lontano… Saverio dice che …ti piaccio, che ti serve una moglie…e … Arnaldo Montades… mio nonno… non voleva, ma … era disperato ed ha accettato l’idea…e …” le si riempiono gli occhi di lacrime e Torres sente uno strano brivido e si sente più uomo. La bacia. Si beve il cervello.
-“Si!Si!Ti sposo!Basta piangere adesso, bambina!”
Ma continua a pensare alla sua ragazza. Non sa quando chiederle se è stata lei a portare quella foto.
Aspetta . Si chiede : “Forse, sono felice!”ma non lo sa. Non è quello che ha previsto.
E continua a chiederselo per un anno. Non l’ha ancora sposata.
Vede Maya solo quando torna la sera dalla pesca e lei si mette a raccontare le sue storie. Torres inizia a dubitare che gli abbia detto la verità. Non sa perché, ma non crede ad una sola virgola di quello che Maya gli ha detto. Ma aveva allontanato la solitudine. Era bello averla lì.
Aveva viaggiato molto. Aveva conosciuto una marea di gente. Ogni sera, si sedeva in braccio a lui come un capretto, col collo contro il suo e gli raccontava una nuova storia.
- “So d’un uomo di quella città, che se ne sta nascosto in un roveto , sul ciglio d’una strada. Ad ogni suo sbadiglio spunta fuori un tramonto. Ad ogni suo starnuto , cade giù la pioggia.
Dicono che Lucas esageri un po’ con l’alcool.
Ed era ubriaco , quando m’ha vista. Si è messo in piedi , come fosse stato un mazzetto di stecchi abbandonati che si sollevano di colpo col vento o un groviglio di api addormentate sul terriccio che si levano in volo come pepite luminose.
Ed i suoi occhi, svegli come api, m’hanno fissato come nessun altro uomo , mai. Neanche tu.
M’ha detto: “Come sei bella!… non per me. A me non piacciono più niente. Non por me. Por la historia do mundo !”
Nessuno mi ha mai detto una cosa così. Una cosa che non ci credi, sai? Non ci credi che te l’abbia detta uno così. Ma in quella città , succede che gli altri vedano le cose più nascoste. Così , ti sorprendi ad innamorarti d’un tizio che si è abbassato a raccogliere la tua penna e ti ha appena sfiorato la mano. O di Lucas. Che se ne sta nascosto in un roveto e con le dita strofina un nuovo giorno.”
-“Chissà se queste cose le inventi o ti saltano in mente come ritratti nascosti nelle soffitte della memoria.” Dice lui, scuotendo la testa e facendo cadere una goccia di sudore dalle tempie
La sente parlare. Parola dopo parola. Un mondo su un filo invisibile.
-“E’ vero. E’ tutto vero, invece. Neanche Lucas è un fantasma. Lui c’è. Lui…deve esserci. Da qualche parte, intendo”
–“Sono stanco”pensa. “… Sono stanco dei tuoi fantasmi”
Ma a lei non importa. Continua a raccontare.
Mentre lui pensa alla ragazza che non può avere.
-“… Magari è demente, ha pensato qualcuno. Ma no . No . Sai cosa? Lucas ce l’aveva dentro quelle parole. Ce l’aveva dentro da quando aveva lasciato andare via quella donna.”
-“Cielo!Di quale donna parli , adesso?” Torres diventa rosso. Due macchie sugli zigomi.
-“Di quella che ho immaginato che lui abbia lasciato andare via.”
Maya si stringe al petto di lui, come se non volesse sentire altro che il suo petto. Ma sente lo stesso.
-“Vattene!” pensa lui. “Perché vuoi per forza ancorarmi ad un mondo senza pareti?Vai via. Ritornatene nel deserto da cui t’ho presa e lasciami stare!Vuoi darmi una voce che non è mia!”
e dice: “Dovrai piantarla , prima o poi. Questa passione per queste stronzate… veh…è …malsana!Dovrai piantarla di raccontarmi queste cose, prima o poi, lo sai?”
-“Lo sappiamo tutti e due” pensa lei. Continua. “Cos’è?Sei geloso? Comunque, lei e Lucas si erano conosciuti per strada. Lui l’aveva guardata come quei passerotti che stanno sulle spine e non si fanno male, chiedendosi come si possa essere così leggeri da stare in equilibrio anche a due passi dal dolore. Forse per questo Lucas ha scelto di vivere in quel roveto. Per scoprirlo. Credo non gli facesse male. Si vede che l’ha scoperto. Lui.”
- “Non ti reggo più . Più . Sparisci!” Pensa.
-“Non ancora, Torres” pensa lei. “ E così , si sono riconosciuti quei due. Al volo”
-“Che stronzata! Ci sei proprio fissata , tu, con sta storia del riconoscersi al volo, Maya!”
-“E comunque, a loro è successo. Solo per un giorno. Poi , Lucas l’ha lasciata andare. Perché lei è il sogno del mondo. È per la storia. Perché le cose belle sono per il mondo e le possiamo tenere con noi soltanto per poco!”
-“Ma…” Torres capisce che la storia di quella sera è diversa. Capisce che Maya ha paura e non riesce a guardarla in viso perché lei si nasconde, ma capisce che gli occhi le si stanno riempiendo di lacrime gelatinose che non lascerà cadere mai.
-“Fammi finire! E lei…se n’è andata!Miseriaccia!
Le cose belle…restano mai per sempre?” gli chiede
-“Eh, eh!Miseriaccia!!” Ride lui. “Allora perché continui a stare qui?” pensa Torres e inizia a capire.
-“Sparirò , amore.” Pensa lei. “Perché le cose belle, bisogna lasciarle andare. Lo vorrei incontrare di nuovo , Lucas. Per chiedergli come si fa a stare su una spina , sfiorarla e non farsi male.
Vederla e sapere che te ne stai per staccare. Morirci per quanto è bella. Morirci di gioia per la bellezza di quel dolore. E poi, sparire”
Maya si alza taciturna, volta le spalle a Torres. Esita un po’:
-“…No. Non l’ho portata io. Quella foto. Saverio mi ha raccontato di te. Mi ha detto di trovare la ragazza, prima che lui andasse in America e di mandarla da te. Eravamo venute al faro insieme. Poi, lei se n’è andata via. In America. Dovevo anch’io. Non tornerà mai. S’è sposata .”
Torres resta in silenzio.
Il mattino seguente, Torres sente un corpo caldo ai suoi piedi. E’ Spleen.
E sembra che quell’ anno sia stato un sogno. Come se Maya non fosse mai arrivata. Ritorna in sé. Il Torres che se ne va sulla spiaggia, a vedere se il mare gli porta il profumo d’un ricordo. Non desidera più niente. Come prima.
Quando gli si ferma il respiro in gola e non riesce più a tirare l’aria dentro e gli si riempiono gli occhi di lacrime, allunga le braccia e cerca Maya. Scuote la testa, per lasciare cadere l’immagine di lei nel vuoto e se ne va verso il mare. Per scivolarci dentro. Ma poi, il respiro torna. Di colpo.
E lui, non ci pensa più. Non ci vuole pensare.
La foto l’ha portata la ragazza. Tornerà a riprendersela.
Maya va via. Parla con suo nonno. Anche se lui non è con lei.
Torres, da lontano, la sente. Non sa se Maya e le sue storie gli hanno bacato il cervello, ma lui sente quelle voci. Sta su Elefante e Spleen dorme con il muso sotto una coperta.
“Un pensiero ti porta ovunque” – gli aveva detto una sera , Maya.
Il suo respiro ora , cerca il mare.
-“Dov’ è il mare, oggi? Voglio sentirlo ancora entrare e risalire nei miei occhi.
Ancora un passo. Non ti perderai. Non ti perderai. C’ è tanta strada dietro. Un passo.”
-“Le carezze di tuo nonno, Maya. Ricordi?Le sentivi arrivare sulla riva, all’alba.”
-“Sono lontana. Sono troppo lontana.”
-“Continua a camminare!Non era lui. Non piangere. Non era lui, il mare. Era la sabbia portata dallo scirocco. Era gli aghi di grano portati dal vento. Arriverai al mare!Vedrai, le onde ti arriveranno dentro e non faranno male . Sarai finalmente al sicuro. Perché l’orizzonte è lontano , ma può giungere fino a te, lì, sulla riva del mare.”
-“Dov’è il mare , oggi?”
-“Perché anche il mare è una strada, sai? Ma non devi più camminare. A mare, l’orizzonte ti abbraccia, già. Devi solo lasciarti andare - Sulla linea bianca della costa - ti starà già abbracciando: l’immenso.”
-“Non so se ce la farò. Non riesco più ad aspettare. In bilico su una spina. Sono un’onda , nonno. Sono un’onda.”
-“Ogni onda nasce lieve-si alza- poi si stende.”
-“Non riesco a vederlo il mare da qui. Immersa , sommersa dalle strade di questa città, dalla pelle di questa gente. Tutti questi volti e tutti ad aspettare. Come si fa ad aspettare? Dio, non la sentono questa voce?”
-“Shhh… Ricorda: la mia mano bianca sulla tua testa. Saverio giù in cortile che gioca col cane e suo fratello gli insegna a giocare con la trottola. L’Africa l’ha cambiato. Gli ha tolto gli occhi -il vento caldo del deserto!Non ha più nemmeno gli occhi per parlare, tuo cugino!
Non è voluto andare in America. Saverio, anche dall’America pensa a lui e gli chiede degli elefanti, ma lui non parla più. Non ha più pensieri. Ha lasciato quella terra di sabbia ma è tornato agli olivi in Italia col deserto nei polmoni. Ci vuole restare per sempre, a Sant’Irene. Ma lui è morto in Libia.”
-“Forse non arriverò . M’infrangerò su uno scoglio. M’infrangerò in mille gocce.”
Torres sente la voce di Maya arrivare fino a lui. E lui è la voce che non risponde, non risponde mai. E’ la mano che non arriva , non la stringe mai.
E la paura di Maya è lì, attorno a lui, come un’increspatura - sul mare- s’infrange sulla sua barca.
-“Andate a prendere la busta gialla. V’insegno un gioco. Guarda questi pezzetti di legno!L’uno dietro l’altro: Così, brava!Disegna un’onda Saverio! Così.
Ci vuole pazienza!Adesso, guarda!Spingi il primo legnetto!Buttalo giù!Piano. Piano!Guarda come corre!L’uno dietro l’altro, guardate dove va !Visto?Sa dove andare. Anche le onde sanno dove andare. Pezzetto dopo pezzetto , l’onda cade giù e corre.”
-“I salti sulle travi di legno coperte da un tappeto e il rumore del vuoto che quelle travi coprivano. La segatura gialla in ogni angolo del fabbricato , le scale e il passamano di legno. Giù per le scale di cemento. La luce che si spalanca di fronte a me e sono fuori. L’erba ai bordi della stradina che porta alla baracca di legno. I cani da caccia abbaiano. Perché non posso andare a liberarli?Perché devono stare chiusi lì dentro?Saverio è piccolo e mangia la calce bianca del fabbricato e si riempie le guance di briciole, insieme ai vicini. Mia sorella pensa a papà. Dice che lo sa. Che non tornerà. Hanno trovato una bomba inesplosa sulla sabbia. Io rimango con nonno che mi porta un uovo caldo da bere dal buco nel guscio. Dico no-no grazie! Domani va via anche lui. Porta i nostri in Spagna e poi, in America.”
-“Perché non potevi fare come a casa tua? Era casa tua, signorina No-no-grazie , molto più di quello che potessi immaginare. E oggi la cerchi quella baracca e quell’orto con la casetta delle galline , i nespoli dalle braccia enormi e le scalette di legno, le canne alte , il mais , le viti.
Non potevi vivere in un faro, tu! Tu che cerchi sempre il mare! Non potevi restare con lui! Perché non gli hai detto che la ragazza della foto eri tu?Perché non hai voluto sapere di tuo padre?
Torres non sa niente di te. Ed anche se avessi voluto parlargli, non ti avrebbe capita. Forse, ci hai provato a spiegargli. Ma lui sa solo stare solo. Solo stare solo . Anche quando noi stavamo sotto le bombe, lui, stava solo, nel suo faro spento. Io l’ho visto piccolo e mi fregava la liquirizia. Ma non parlava. Prende e non dice grazie, lui. Ci ho provato a parlare con lui. Volevo sapere anch’io di mio figlio. E lo sapevo, lo so che lui l’ha visto prima che se ne andasse.
Perché so che per morire, lui avrebbe scelto quel posto. Perché tuo padre era come Torres.”
-“E’ abbandonato quell’ orto, oggi. L’hanno abbandonato tutti. Anch’io. Non c’è che gente in questa città. Pensavo di potermi fidare di lui e sono scappata. Lui non voleva che restassi. Altrimenti , m’avrebbe fermata. M’avrebbe cercato. Volevo fidarmi di lui. Continuo a cercarlo. Anche, nel sorriso d’un altro.”
-“Torna da Saverio! Vieni in America, da me!L’America è grande!”
-“Mi sono persa.”
-“ Cazzo!Non ti sei persa!Mi senti? Mi senti? Disegno un sole di cera gialla, per te. E il grigio dei palazzi? Le pareti della segheria. Ci sono anche qui i gabbiani. Dai , che quella voce arriva anche qui. Quella delle onde che s’infrangono sulla costa, capitombolano, ruzzolano, si ritirano. Devo tornare?…Tornerò dall’America e tu la smetterai di viaggiare senza una casa e di mendicare . Non ti sei persa! Ci sarò anch’io quando ti affiderai alle braccia di un’isola e la riva ti accoglierà e riconoscerà la rarità di quel momento. Schiumerai. E guarderai il mare , cullata impercettibilmente da quell’abbraccio. Riposerai per un attimo, affidata a lui. Poi, ti ritirerai. Come tutte le creature che appartengono al mare, richiamata dalla sua voce.”
-“Piove. Ogni goccia piano, sulla mia pelle. Chissà dov’è lui, ora… Perché piango?Arriverò all’orizzonte, prima o poi.”
Torres guarda l’orizzonte. Piove. Resta solo. Col deserto nei polmoni. Con la sabbia fin dentro la gola. Come se il mare fosse sparito. Come se il mare fosse monsone.
Sente che domani la ragazza della foto arriverà dal mare. Ne sente il profumo.
Le dirà: -“Cantava per te”
Le parlerà della danza degli elefanti. Le dirà che lui ha danzato per suo padre. Che l’ha tenuto al sicuro fino alla fine, fin quando la notte non se n’è andata.
E solo dopo, lo ha lasciato alle carezze del mare. Le dirà di quella foto. Che è stata tutta la sua famiglia.
Poi, prenderà la sua barca e Spleen ed andrà via. A largo. Da solo. Come sempre. A cercare un nuovo inizio.
Per dimenticare Maya. E quel pensiero che non cade , quando scuote la testa.
“Non ti ho... Non ti ho…. Non ero… E tu: la danza degli elefanti. Non…Persi. Eri tu e non…Non ti ho riconosciuta!Veh …? Adesso passa, Torres!”
Quella ragazza verrà. Deve venire. O Torres non se ne potrà andare e continuerà a sentire tutto stringersi intorno al suo petto ed a perdere il respiro nella notte. Verrà .
E in una scatola, nel suo faro, lui, lascerà la danza di tanti elefanti attorno ad uno perso per sempre. Per Saverio.
"Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta" Aldo Moro
giovedì 17 dicembre 2009
La danza degli elefanti
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Angela Zurzolo
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12/17/2009 11:58:00 PM
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mercoledì 16 dicembre 2009
Peccato mortale
Allora esiste davvero. Non esiste il limbo, forse il paradiso e nemmeno l'inferno, ma il peccatomortale. Punto.perchèmiandavadimetterpuntoqui.
Lo si sente ogni volta che ci muore o ci fanno morire l'anima. Ogni volta che si spegne l'amore in uno solo, ogni volta che qualcuno spegne i suoi occhi bambini e manda a morte i tuoi gesti di tenerezza. Ogni volta, il peccatomortale è commettere quel gesto che annulla tutta la strada che ha fatto un'altra persona. Ogni volta che le nostre mani non si incontrano, ogni volta che un sentimento viene rifiutato, che la fede nei propri sogni, nel proprio essere, nell'amore, viene disillusa. Tradita la tua essenza, tutta la strada, tutto quello che stavi riponendo in qualcuno o qualcosa e che era tutto ciò che avevi accumulato e messo da parte.
Peccato mortale sono amori traditi, amicizie dimenticate, genitori rinnegati, figli abbandonati o figli mai nati, madri amate troppo o amate troppo poco, padri detestati troppo o troppo poco, fratelli soli e fratelli che vogliono rimanere da soli. Peccatomortale è un disoccupato mandato a casa al posto del "figliodi". Peccatomortale è il condizionamento sociale. Peccatomortale è giocare sporco. Peccato mortale è violare le convinzioni altrui. Peccato mortale è il non arrivato per chi crede fortemente, crede dalle viscere della sua anima, nel ritorno. Ma sopra ogni cosa, peccato mortale è non capire. Mentire. Tacere una verità o rinnegare una confidenza rispondendole con l'ignoranza, l'indifferenza, il giudizio, la chiusura totale dell'anima, della mente. Peccato mortale è impedire che accada l'impossibile.
Ti uccide l'anima, ti strappa d'improvviso ciò che sei ... ti fa morire.
Una vita che muore è sempre e solo di un peccatomortale.
Un'anima che è venuta su dai suoi primi vagiti alle scarpine misura lumaca e poi rigatone al sugo e ad ogni passo un sorriso, ad ogni salto la prima forma del suo cuore e del suo carattere ...e di quel cuore grande come la nocca di una noce, di quell'anima che si fa grande di coraggio nell'amore ... e poi uomo, e poi donna e poi..da un momento all'altro, da un momento all'altro poter esser messi a morte, farsi morire, venire uccisi.
E di quei tanti che dovrebbero essere maledetti, molte volte, non si ha neppure il coraggio di scrivere il nome sulla propria esistenza.
"Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell'uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio."
"Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell'uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio."
Il mio Dio è molto vicino all'io. Molto vicino alla vita. Molto vicino all'amore.
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Angela Zurzolo
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12/16/2009 01:17:00 PM
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sabato 12 dicembre 2009
venerdì 11 dicembre 2009
I tuoi 24 anni
I tuoi 24 anni, i tuoi sorrisi da spilla da balia e a sera scappi a casa perchè hai bisogno di te stessa come della sola persona della quale tu ti possa fidare e il solo rifugio che possa trovare. Perchè se per te c'è una possibile via di fuga alla solitudine, quella è chiedere aiuto soltanto a te stessa, parlare soltanto a te stessa, legarti le braccia lunghe attorno alla schiena e alle scapole e pensare in un angolo, da sola. E trovare pensieri da tenere a mente come le briciole di Hansel e Gretel per non perdere un passo della tua strada.
E poi parlare rivolgendoti a te stessa come se fossi un'altra persona, la sera, per tenere alla larga il coinvolgimento in questo groviglio che ti spaventa a morte e che non sai più portare con te in ogni istante come la croce una formica, come una formica una croce. Una volta eri così.
Adesso basta puntarsi il dito contro, chiamandoti all'accusa. Adesso dovresti parlare tu. Trovare quell'io che non si serve di mediazioni nella mente che scevrino pensieri da scaricare nel vuoto di una conversazione o da incasellare nella tabella dei miei credo e nella costruzione delle mie convinzioni.
In 24 anni ho visto dolori ripetersi il giorno e la mattina, nei giorni le notti e nelle notti i giorni, gli anni, i decenni interminabili che declinavano sempre lo stesso aggettivo introvabile, lo stesso significato inafferrabile. E il tempo mutare e la vita cambiare, i giorni decelerare e gli anni scomparire come un minuto, come un istante sperduto.
E dagli ospedali ai ministeri, dai prontosoccorso alla laurea e dai no ai si e dai si ai no, dagli inferni agli imperi, dagli scompensi alle quasi-ricompense. Scritte infernali di pennarelli e scheletri sui muri e pareti di velluto morbide e lampadari da Bellaelabestia da guardare per riempirsi gli occhi di quella luce.
Perdendomi in una solitudine immensa, ritrovandomi non ancora veramente sincera con me stessa, non ancora presente, forse, non ancora veramente, completamente, mai nata.
Perdonandomi per non poter vivere come sognavo da bambina guardandomi allo specchio, perdonando la mia faccia, perdonando le mie occhiaie, perdonando le mie ossa stanche di umido e abbandonate dalla bugia di una carezza passeggera.
Perdonando la mia scrittura banale, le parole che ho perso e non si possono ritrovare, perdonando i miei "io non lo posso fare", perdonando i "questo non s'ha da fare!".
Tutta questa strada, quanta gente pensi esista che la sappia macinare???
Se devo salire sul banco degli imputati, che sia per dirmi anche : guarda tutto quello che sei riuscita a fare. Che sia anche per dirmi: là dove non ce l'hai fatta, te lo puoi anche perdonare.
Sono stata forte. E brava figlia e brava madre e bravo padre e sorella che non si rassegna e soffre della rassegnazione.
Sono stata debole. E pessima figlia e pessima donna e pessima ragazza e pessima bambina e sorella non riuscita e donna-coraggio malriuscita.
Mi sono persa e ho perso i miei pensieri e ho perso la rotta. Mi sono presa il destino e mi sono detta: forse qualcuno lo prenderà con se e lo cambierà per me. Mi sono ferita dei suoi mille perchè. Strano. Non l'ha comprato nemmeno per un solo fiore di giardino. Io l'avrei fatto. Avrei comprato dagli schiavi un destino, come avrei riscattato dal banco dei pegni con l'oro un sassolino.
E con questo destino, e con questo futuro nell'intestino, mi sono rimessa in strada e ho ripreso il mio cammino.
Ieri un signore mi ha fatto la corte e mi ha regalato un bacio. C'era scritto: "Amami, perchè senza te, niente posso, niente sono" (Verlaine). E ho capito che per me, non ha nessun significato.
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autobiografica-mente
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Angela Zurzolo
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12/11/2009 09:10:00 PM
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